
Le bandiere e i telefoni
Le piazze tornano a riempirsi. Ci sono bandiere che hanno attraversato un secolo, simboli sopravvissuti ai partiti che li avevano prodotti, parole ricevute da generazioni che quella storia non l'hanno vissuta. Sopra le bandiere si alzano i telefoni. Qualcuno riprende per ricordare, qualcuno per dimostrare di esserci, altri perché teme che ciò che accade possa essere negato. Le immagini si mettono in viaggio prima ancora che la folla abbia lasciato la strada.
Nell'aprile del 2025, in decine di città spagnole, una vasta mobilitazione per il diritto alla casa ha portato nelle strade persone che conoscevano fin troppo bene l'oggetto della protesta: affitti cresciuti oltre i redditi disponibili, difficoltà di accesso all'abitazione, concorrenza fra usi turistici e residenziali. Le richieste non nascevano da una rabbia in cerca di parole. Sindacati degli inquilini, associazioni e cittadini avevano già imparato a nominare il problema, a formularne le rivendicazioni. Restava da attraversare la distanza decisiva, quella che separa una domanda riconoscibile dalla possibilità di cambiare le condizioni che l'hanno prodotta.
La presenza collettiva può incrinare l'indifferenza, ottenere un confronto, qualche volta modificare una legge. Il telefono permette di documentarla e di sottrarre una violenza al silenzio; al tempo stesso, gran parte di ciò che facciamo per essere ascoltati passa attraverso piattaforme delle quali non fissiamo le regole. Non ogni immagine diventa sorveglianza, né ogni sistema digitale serve il potere politico. Ma la visibilità da sola non conferisce influenza: una protesta può raggiungere milioni di schermi e lasciare quasi intatto il luogo dove si prendono le decisioni.
Quando i cartelli vengono ripiegati, chi ha manifestato torna a cercare una casa, a pagare una bolletta, a presentarsi al lavoro. È una distanza meno fotogenica del corteo. Eppure è lì che la politica viene misurata: in ciò che cambia nella vita delle persone dopo che l'attenzione pubblica si è spostata altrove.
Sotto la moltiplicazione delle immagini rimangono domande elementari. Un reddito sufficiente, un'abitazione, la possibilità di studiare, di mettere al mondo un figlio senza consegnargli in anticipo la paura del mese successivo. Un lavoro che non consumi per intero le energie necessarie a vivere. Non chiedono di abitare Marte. Chiedono di poter abitare la Terra.
Sappiamo perché una piazza esiste. È meno semplice stabilire chi, fra quanti ne ascoltano le richieste, abbia interesse e potere per trasformarle in decisioni. E che cosa accada quando le condizioni della vita cambiano più rapidamente degli strumenti con cui proviamo a governarle.
La generazione della promessa
Nel 1999 il nuovo millennio sembrava, almeno per una parte di noi, una soglia aperta. Internet avrebbe reso la conoscenza più accessibile, la globalizzazione avrebbe allargato gli orizzonti, il progresso avrebbe permesso di lavorare meglio e forse meno. Quell'aspettativa non descriveva il mondo intero, già attraversato da guerre, povertà e disuguaglianze. Era però un linguaggio condiviso da chi allora entrava nella vita adulta: il futuro ci veniva raccontato come un ampliamento delle possibilità.
Oggi i giovani manifestano per ragioni diverse. Alcuni chiedono il diritto di abitare, altri condizioni di lavoro sostenibili, altri ancora responsabilità pubbliche, libertà politiche, una risposta a tragedie che non accettano di considerare fatalità. Sarebbe scorretto far dire a tutte le piazze la stessa cosa. Ma molte istanze incontrano un problema comune: possedere capacità e aspirazioni non significa poterle convertire in un'esistenza autonoma.
A chi attraversò la soglia del millennio tocca allora una domanda scomoda: dove siamo finiti? Abbiamo assistito alla costruzione della società digitale, ne abbiamo ricevuto benefici reali, contribuito alle sue abitudini e accettato, talvolta per convenienza e talvolta perché non vedevamo alternative, nuove forme di dipendenza. Non siamo un blocco sociale. C'è chi ha acquistato case, accumulato capitale, raggiunto posizioni di comando; c'è chi ha lavorato per decenni senza ottenere sicurezza. Sarebbe falso attribuire a tutti una colpa comune, come sarebbe comodo considerarci soltanto spettatori.
Nemmeno l'assenza apparente dalle manifestazioni autorizza un giudizio semplice. Molti adulti sono nelle scuole, nelle associazioni, negli ospedali, nei luoghi di lavoro e nelle famiglie che ne sostengono altre; alcuni partecipano ai cortei, altri non possono perdere una giornata di reddito. Il silenzio può nascere dall'interesse, ma anche dalla stanchezza e dalla paura di compromettere ciò che resta. Chi dispone di una rendita e chi difende uno stipendio precario non guardano al cambiamento dalla stessa posizione, anche se hanno la medesima età.
Non è necessario guidare i più giovani per sostenerli. Mettersi alla testa della loro protesta per attribuirle il nostro linguaggio può diventare una maniera elegante di sottrarle autonomia. Stare accanto richiede qualcosa di meno vistoso e più oneroso: condividere esperienza e risorse, ascoltare senza pretendere gratitudine, discutere anche le proposte che non convincono. Il sostegno non rende vere per definizione tutte le rivendicazioni, ma impone di prenderle sul serio e di esaminare ciò che chiedono a chi conserva una parte maggiore delle possibilità di decidere.
È il tempo a rendere concreta questa differenza. C'è chi può attendere che un investimento maturi, chi trasforma un'interruzione professionale in un'occasione di studio e chi, aspettando, esaurisce il risparmio con cui paga l'affitto. Un giovane può prepararsi con serietà e non trovare un luogo nel quale esercitare il proprio merito; un adulto può possedere competenze che, da un giorno all'altro, il mercato remunera molto meno. Patrimonio, formazione e relazioni modificano perfino il diritto pratico di sbagliare e ricominciare. Il tempo disponibile alla libertà non è distribuito allo stesso modo.
Su questa disuguaglianza si innesta una nuova promessa, forse più impegnativa di quelle ascoltate nel 1999: la tecnologia ci restituirà il tempo che oggi consegniamo al lavoro. Prima di domandarci come lo useremo, però, dobbiamo comprendere in quali condizioni ci verrà restituito, e a chi.
Il costo lasciato a terra
L'intelligenza artificiale porta l'automazione dentro attività che pensavamo protette dalla conoscenza: scrivere, progettare, programmare, analizzare, amministrare. Le previsioni più radicali annunciano un'esistenza nella quale lavorare potrebbe diventare facoltativo. Non è un risultato acquisito. L'Organizzazione internazionale del lavoro ritiene generalmente più probabile, sulla base delle esposizioni professionali studiate nel 2025, la trasformazione delle mansioni rispetto alla sostituzione integrale degli occupati. Questo non rende superfluo interrogare i costi della transizione: rende necessario farlo senza presentarli come perdite già avvenute.
Immaginiamo un'impresa con cento lavoratori. Introduce un sistema intelligente acquistato all'estero e, riorganizzando le attività, riduce il personale a novantacinque persone. Cinque perdono il posto. Per quelle cinque famiglie si apre un problema concreto, anche se l'economia nel suo insieme non registra alcuna perdita netta. Se la trasformazione fosse più intensa e l'impresa riuscisse a svolgere le proprie funzioni con cinquanta addetti, o soltanto cinque, la domanda diventerebbe più difficile: quanto tempo impiegherebbero i lavoratori a trovare nuove occupazioni, dove andrebbero i benefici, quali protezioni reggerebbero il passaggio? Il caso estremo dei cento che diventano cinque è un esperimento di resistenza del sistema, non una previsione sull'occupazione. Il problema che illumina esiste già nelle trasformazioni minori, senza bisogno di fingere di conoscerne in anticipo la scala futura.
L'impresa potrebbe abbassare i prezzi, assumere nuove figure professionali, investire e conquistare clienti; i consumatori potrebbero beneficiare di costi più bassi e la domanda creare altri lavori. Non abbiamo ragione di escluderlo. La questione è che questi benefici non arrivano necessariamente alle stesse persone, nello stesso luogo e nello stesso momento in cui si producono le perdite. Per chi deve pagare un affitto il mese successivo, un possibile miglioramento complessivo fra dieci anni non è una protezione sufficiente.
Esiste dunque un costo di transizione anche quando l'innovazione, a conti fatti, genera maggiore ricchezza. La sua durata e la sua entità dipendono dalla possibilità di ricollocazione, dai salari, dai prezzi, dagli investimenti e dalle tutele. Se la perdita del posto diventa disoccupazione di lunga durata, si aggiunge una ferita che il calcolo monetario descrive solo parzialmente: competenze che si consumano, progetti rinviati, relazioni alterate, sicurezza personale indebolita. Se la transizione viene assorbita rapidamente, alcuni di questi danni possono essere evitati. Distinguere i due esiti è parte della nostra responsabilità analitica.
La contabilità pubblica aggiunge un'altra tensione. Quando diminuiscono salari e contributi versati da determinate attività, possono ridursi alcune entrate mentre aumentano le necessità di sostegno. Gli utili delle imprese, la domanda generata altrove e altre basi fiscali possono compensare, in parte o persino più che interamente, quella perdita: non esiste una legge secondo cui ogni posto automatizzato impoverisca lo Stato. Tuttavia i sistemi di protezione sociale restano fortemente legati ai redditi da lavoro e devono affrontare anche l'invecchiamento demografico. Nel suo rapporto del settembre 2026 l'OCSE ha mostrato quanto pesi questo legame e quanto sia ancora incerto l'effetto netto dell'AI sull'occupazione. L'incertezza non cancella la necessità di predisporre istituzioni capaci di sostenere una transizione quando si verifica.
Nel 2026 anche il Fondo monetario internazionale ha studiato scenari nei quali la diffusione dell'AI modifica la base imponibile e la distribuzione internazionale dei benefici. È un problema particolarmente difficile da amministrare quando un paese acquista tecnologie che non produce, mentre la proprietà del capitale e parte degli utili si concentrano altrove. Ma sarebbe falso parlare di un territorio che non riceve nulla: l'impresa che utilizza il servizio può diventare più efficiente, i prezzi cambiare, i cittadini beneficiare dei nuovi strumenti. Il punto è stabilire se e come tali vantaggi possano finanziare le conseguenze sociali, soprattutto durante il passaggio.
Dire che debba pagare «la tecnologia» esprime un'esigenza comprensibile, ma non identifica ancora un soggetto né un criterio. Un sistema intelligente non versa imposte e non risponde politicamente delle proprie scelte d'impiego. Esistono proprietari, aziende utilizzatrici, investitori, consumatori, Stati. Alcuni accumulano rendite elevate, altri adottano l'automazione soltanto per non scomparire dal mercato. Far pagare indiscriminatamente ogni impresa innovatrice potrebbe colpire proprio quelle più esposte alla concorrenza. Non intervenire affatto, invece, può lasciare i costi concentrati dove la capacità di sostenerli è minore.
L'efficienza di un'impresa e la sostenibilità di una società non sono la stessa misura. Anche quando entrambe possono migliorare, non migliorano automaticamente insieme. E questo divario diventa più difficile da governare quando il luogo nel quale le persone perdono reddito non coincide con quello in cui si trovano la proprietà dell'infrastruttura, gli utili e il potere di fissare le condizioni di accesso.
Le frontiere del potere
Una fabbrica ha un indirizzo. Un'infrastruttura digitale ha anch'essa luoghi materiali: chip, centrali elettriche, centri di calcolo, cavi, server. Ma brevetti, contratti, utenti, capitali e decisioni possono essere distribuiti fra ordinamenti differenti. La sua geografia economica attraversa quella politica, e il territorio che ne diventa dipendente potrebbe non possedere gli strumenti necessari per sostituirla.
È qui che il caso dell'impresa che automatizza acquista una dimensione ulteriore. L'azienda locale può scegliere razionalmente un servizio senza controllare il prezzo futuro, le condizioni tecniche di utilizzo o la continuità dell'accesso. Se molte aziende e istituzioni dipendono dallo stesso fornitore, quella relazione commerciale può trasformarsi in una vulnerabilità collettiva. Non serve immaginare un'interruzione deliberata per riconoscerla. Basta che un servizio essenziale cambi condizioni, diventi indisponibile o non trovi sostituti praticabili in tempo utile.
L'OCSE, studiando i mercati dell'AI nel 2026, ha descritto una situazione non riducibile né al monopolio inevitabile né alla libera competizione senza ostacoli: dinamismo tra sviluppatori di modelli e concentrazioni strutturali in segmenti decisivi, come hardware e infrastrutture. La centralizzazione del capitale analizzata da Marx aiuta a porre la domanda sulla proprietà, ma non autorizza a predire che due o tre imprese dovranno possedere ogni settore. Proprio perché il processo non è scritto in anticipo, contano le scelte sulla concorrenza, sull'interoperabilità e sulla possibilità di sviluppare alternative.
La questione fiscale non nasce con l'intelligenza artificiale. La globalizzazione dei capitali e dei servizi aveva già costretto gli Stati a confrontarsi con l'erosione delle basi imponibili e con l'allocazione internazionale degli utili. Esistono regole sui prezzi di trasferimento, forme di imposizione dei servizi digitali, imposte sui consumi e un quadro OCSE/G20 di tassazione minima delle grandi multinazionali, modificato e coordinato anche nel 2026. Sono strumenti reali, con ambiti e limiti differenti. Non costituiscono però un meccanismo automatico che assegni al territorio dove si perdono posti di lavoro una quota delle rendite tecnologiche prodotte altrove.
Attribuire più imposte al luogo del consumo, o maggiori prelievi sui redditi di capitale, apre a sua volta altri conflitti. Un fornitore può trasferire parte del costo sui clienti; una misura isolata può incidere sulla competitività di chi la applica; paesi che producono tecnologia e paesi che la importano possono perseguire interessi opposti. Perfino un accordo concepito per limitare l'elusione non risolve da solo la questione di come compensare persone e territori. Il diritto di tassare non coincide ancora con la capacità di redistribuire giustamente.
Lo Stato deve comunque rispondere di scuole, salute, protezioni e opportunità. Si trova così a sostenere responsabilità pubbliche davanti a cittadini sui quali ricadono decisioni economiche che non controlla integralmente. Un'autorità mondiale capace di comandare ogni trasformazione non sarebbe necessariamente una soluzione: potrebbe concentrare il potere proprio mentre pretende di sottrarlo alle infrastrutture private. Occorrono accordi fra ordinamenti, controlli sulle concentrazioni, strumenti fiscali adattabili e istituzioni capaci di rendere riconoscibile chi risponde delle conseguenze. Non è un programma semplice, ed è tanto meno realizzabile quanto più ci si limita a invocarlo.
La difficoltà ha una dimensione temporale decisiva. Riorganizzare un'impresa può richiedere mesi; ricostruire una professione o negoziare nuove regole fra Stati, anni. La democrazia non deve imitare la velocità di un aggiornamento software: il confronto, la prova e i diritti richiedono tempo. Ma se una comunità viene chiamata a discutere la distribuzione dei costi soltanto quando la struttura produttiva è già cambiata, gli spazi di correzione sono minori, anche quando non sono del tutto scomparsi.
Per questo partecipare deve voler dire qualcosa di più che essere consultati a posteriori. Non significa ottenere ciò che si domanda, né trasformare ogni interesse organizzato in un potere di veto. Significa poter conoscere per tempo le alternative che incidono su diritti e beni collettivi, sottoporle a contestazione secondo regole pubbliche, esigere una motivazione e verificare gli effetti delle decisioni. Le garanzie devono valere anche per chi non manifesta e per chi non dispone di un'organizzazione capace di rappresentarlo. La possibilità di dissentire resta una libertà solo se non diventa il privilegio di chi riesce a farsi ascoltare più forte degli altri.
Su questa soglia il problema dell'infrastruttura esce dall'economia. Le capacità di calcolare, osservare e automatizzare appartengono anche alla sicurezza e alla guerra. Se i mezzi cambiano più in fretta della discussione sui fini, non è soltanto il reddito a essere impegnato in un futuro deciso altrove.
La società che si prepara
La stessa capacità tecnica che promette di alleggerire il lavoro civile entra nei sistemi di difesa: elaborazione di informazioni, sensori, comunicazioni, autonomia operativa. Non tutti questi impieghi hanno il medesimo significato. Proteggere una popolazione da un attacco e selezionare autonomamente un bersaglio umano pongono problemi differenti, anche se possono condividere parti della filiera tecnologica. È il fine a cambiare il valore politico dell'impiego, e proprio il fine non può essere delegato alla sola disponibilità dello strumento.
L'Europa sta investendo nella difesa con una rapidità che non coincide con quella delle sue discussioni costituzionali e strategiche. Secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari; nella regione geografica europea, che include anche Russia e Ucraina e non coincide con l'Unione, l'aumento è stato del 14 per cento. Il Libro bianco congiunto per la prontezza della difesa europea 2030, presentato nel marzo 2025, indica capacità industriali, tecnologie e disponibilità operativa fra le priorità. Sono decisioni comprensibili in un contesto di minacce reali. Richiedono tuttavia scelte di bilancio, rapporti con alleati e fornitori, programmi che impegneranno risorse e orientamenti per anni.
La cooperazione industriale nel settore della difesa non si svolge soltanto attraverso trattati. Nella relazione semestrale 2026 di Leonardo, gruppo del quale il Ministero dell'Economia e delle Finanze possiede circa il 30 per cento, compare Leonardo Ukraine LLC: una controllata costituita a Kiev nel maggio 2026 attraverso Leonardo International. Le attività dichiarate comprendono ricerca e sviluppo nel campo delle comunicazioni, della navigazione e delle tecnologie elettroniche. La sua presenza è documentata pubblicamente; da questo fatto non possiamo dedurre che sia stata decisa senza interlocuzioni con le autorità italiane. Resta però una domanda politica: dove vengono valutate le implicazioni strategiche della presenza industriale di un gruppo partecipato dallo Stato in un paese in guerra, e attraverso quali sedi se ne può chiedere conto? La riservatezza necessaria a certe attività non elimina l'esigenza di un controllo democratico capace di operare anche quando non ogni informazione può essere resa pubblica.
Il Comitato internazionale della Croce Rossa richiama l'attenzione sui sistemi d'arma autonomi e sul rischio di perdere controllo umano nelle decisioni relative all'uso della forza. La tecnologia può aiutare a individuare minacce e proteggere civili; può anche aumentare velocità e opacità della violenza. Presentarla soltanto come liberazione del tempo significherebbe ignorare una parte delle sue applicazioni. Rifiutarla in blocco significherebbe trascurare strumenti che possono contribuire alla difesa. La questione che resta aperta è chi stabilisca i limiti e come possa risponderne.
L'Europa non è priva di capacità politica, né può fare della propria vulnerabilità un ideale. Ha risorse e istituzioni, insieme a sovranità nazionali e dipendenze strategiche che rendono difficile una volontà unitaria. Il suo riarmo è dunque anche una controversia sulla forma del potere: quale autorità orienta questi mezzi, per proteggere quale società, con quali limiti e sotto quale controllo? Preparare capacità militari prima di aver chiarito compiutamente un ordine politico può essere imposto dall'urgenza. Non per questo la discussione sull'ordine può essere rinviata senza costo.
Non siamo obbligati a prevedere una guerra generale per riconoscere questa tensione. La deterrenza può servire a prevenirla; l'uso della forza, al contrario, può distruggere perfino le condizioni di un nuovo ordine. Il paradosso è già sufficiente: mentre una parte dell'umanità attende macchine capaci di liberarle dal lavoro necessario, un'altra parte della stessa intelligenza tecnica viene destinata a organizzare capacità di combattimento sempre più avanzate. Non è la macchina a decidere quale futuro debba prevalere. Sono decisioni umane, politiche e industriali, talvolta difficili da vedere e ancor più difficili da contestare quando i programmi sono già diventati dipendenze.
Questa è la ragione per cui il riarmo appartiene al nostro discorso: non come previsione di catastrofe, ma come una delle prove più severe del rapporto fra potenza, informazione e fini. La somma di ragioni tecniche, industriali e strategiche non sostituisce il diritto di discuterne gli scopi.
Dopo la piazza
Le piazze non rivendicano tutte la stessa cosa, e non seguono un unico percorso verso le istituzioni. La Spagna e la Serbia rendono visibile questa differenza.
In Spagna la mobilitazione per la casa non si è esaurita nella primavera del 2025. Nell'autunno del 2026 la protesta è tornata a crescere attorno agli sfratti e all'accessibilità degli affitti. Il 2 ottobre il Congresso ha respinto due decreti-legge sulle protezioni degli inquilini e sul mercato abitativo. Il 5 ottobre è stato disposto lo scioglimento delle Cortes, con elezioni anticipate convocate per il 29 novembre; il giorno seguente il governo ha adottato nuovi provvedimenti sulla casa, sottoposti alla successiva convalida della Diputación Permanente. Non possiamo attribuire alla sola protesta una crisi che riguarda anche gli equilibri parlamentari. Possiamo però riconoscere che il problema abitativo è entrato in uno scontro politico dalle conseguenze considerevoli, senza che ciò equivalga ancora a una soluzione per chi non trova casa. Chi contestava le restrizioni sosteneva anche che potessero ridurre l'offerta di abitazioni: un'obiezione economica che non scompare perché gli affitti sono troppo alti. Ascoltare il disagio obbliga a discutere conseguenze e alternative, anche quando il risultato è sgradito a chi manifesta.
In Serbia, invece, le proteste nate dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad nel novembre 2024 hanno attraversato mesi di organizzazione e di conflitto con le istituzioni. Il 25 ottobre 2026 si sono svolte elezioni parlamentari anticipate. Secondo i risultati preliminari resi pubblici dalla commissione elettorale serba il giorno successivo, la Lista Studentesca ha ottenuto la maggioranza dei seggi. Il nome della lista, tuttavia, nasconde una scelta significativa: fra i candidati non figuravano studenti. Le assemblee studentesche avevano indicato docenti, medici e altre figure della società civile alle quali affidare la rappresentanza parlamentare. I giovani avevano dunque guidato la scelta dei candidati, ma non sarebbero stati loro a esercitare il mandato: il passaggio dalla protesta al governo apre una questione di responsabilità che la vittoria elettorale, da sola, non risolve. Lo stesso Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta, mentre gli osservatori indipendenti hanno segnalato gravi problemi nel processo elettorale. Al momento in cui scriviamo non conosciamo un esito definitivo consolidato né, soprattutto, la capacità della nuova maggioranza di governare. Possiamo però riconoscere che una mobilitazione è riuscita a modificare, almeno in questa fase, la distribuzione della rappresentanza.
In Spagna l'iniziativa civica incontra una decisione parlamentare sfavorevole, ma la questione abitativa resta al centro di una crisi che conduce a elezioni anticipate; in Serbia la protesta conquista una rappresentanza parlamentare attraverso persone scelte dal movimento, chiamate ora a esercitare una responsabilità verso l'intera comunità politica. Non sono prove contrapposte dell'efficacia o dell'inutilità delle proteste. Sono due modi diversi nei quali la politica mette alla prova una domanda collettiva. Una folla può avere ragione su una sofferenza e torto sulla soluzione. Una maggioranza può essere legittimata a decidere e non essere capace di ottenere i risultati promessi. Le istituzioni conservano il dovere di rispondere anche verso chi non manifesta e verso chi perde una votazione.
Perché quel passaggio non dipenda soltanto dalla forza organizzativa dei gruppi più visibili, servono luoghi capaci di studiare un problema oltre la durata di una notizia: scuola, associazioni, sindacati, università, partiti, informazione, ma anche spazi indipendenti di scrittura e discussione, accessibili online. La loro autonomia editoriale non garantisce che le idee circolino liberamente: per raggiungere i lettori devono spesso attraversare piattaforme delle quali non controlliamo le regole. Eppure un argomento che resta pubblico può essere ripreso, verificato e contestato quando l'attenzione si è già spostata altrove. L'intellettuale non dovrebbe fornire alla piazza soltanto nuove parole d'ordine. Dovrebbe renderla meno dipendente dalle parole d'ordine. Il suo compito non è attribuirsi il mandato di guidare il popolo, ma offrire argomenti verificabili, accettare le obiezioni e rendere comprensibili i conflitti reali fra interessi e fini.
Sostenere senza guidare significa anche questo per gli adulti del 1999: non utilizzare i giovani come prova della propria lucidità tardiva, e neppure lasciarli soli davanti a conseguenze costruite in tempi che li precedono. Le istituzioni, allo stesso modo, devono poter decidere senza promettere che ogni rivendicazione sarà accolta; ma l'ascolto diventa un gesto vuoto quando non incontra mai priorità di spesa, interessi protetti, valutazioni pubbliche dei risultati. Il dissenso non garantisce una scelta migliore. Una politica che non sa più tradurre il dissenso in questioni discutibili, però, rinuncia a una delle proprie capacità di correggersi.
Il punto non è assicurare a ciascuno la vittoria. È preservare, prima che le conseguenze diventino irreversibili, una possibilità effettiva di conoscenza, contestazione e revisione. Nessuna procedura potrà renderla perfetta; nessuna velocità economica rende superfluo provare a costruirla.
La vita promessa
Le macchine che oggi imparano a svolgere una parte crescente delle nostre attività vengono presentate come l'inizio di un tempo restituito all'uomo. È una promessa che riguarda i rapporti di produzione, ma raggiunge immediatamente la vita. Per molti, infatti, lavorare significa ottenere il reddito con cui vivere e insieme ordinare giornate, relazioni, riconoscimento, identità. Cambiare il lavoro significa toccare entrambe le dimensioni.
Un orario ridotto a parità di reddito può ampliare la libertà; un licenziamento che lascia le ore vuote e l'affitto da pagare produce un'esperienza molto diversa. La quantità di tempo disponibile aumenta in entrambi i casi, ma soltanto nel primo quella disponibilità può tradursi immediatamente in una scelta. È per questo che il costo sociale dell'automazione non costituisce una parentesi economica da chiudere prima di parlare dell'essere umano. È già una condizione della sua libertà.
Marx, nel distinguere il regno della necessità da quello della libertà, non immaginava che bastasse aumentare la produzione perché ogni vita diventasse più libera: la questione comprende il tempo sottratto alla necessità e i rapporti sociali attraverso cui questo viene reso possibile. Il punto rimane aperto quando una società può produrre di più con meno lavoro senza aver deciso a chi appartengano le ore risparmiate. Non è la stessa cosa ridurre il lavoro necessario e distribuire il tempo liberato.
Ma anche un'equa distribuzione di reddito e ore non chiuderebbe l'indagine. Come impariamo a desiderare, a giudicare e a usare il tempo? La critica di Pasolini all'omologazione dei consumi riguardava la perdita di modi differenti di vivere, quando il consumo finisce per imporsi come modello dell'esistenza. Non occorre idealizzare il passato per riconoscere la forza di quella domanda; gli ambienti digitali non sono la televisione del suo tempo, ma possono orientare a loro volta attenzione e desideri. Possiamo scegliere fra offerte numerose continuando a ignorare in quale misura i nostri desideri siano stati orientati.
Qui l'obiezione al nostro ragionamento è seria. Se le persone vengono formate da ambienti che non controllano, perché dovremmo fidarci della loro capacità di deliberare sul futuro? Nessuna assemblea produce per miracolo individui liberi da condizionamenti. Neppure chi scrive queste pagine ne è immune. Per questo scuola, esperienza, accesso a informazioni plurali e conflitto argomentato contano prima della decisione e dopo di essa: non garantiscono un giudizio giusto, ma permettono di riconoscere e contestare, almeno in parte, le condizioni che lo preparano. La libertà non comincia da una coscienza intatta; si esercita anche imparando a correggere ciò che credevamo di aver scelto da soli.
Weber aveva mostrato quanto la razionalizzazione moderna renda potenti gli apparati senza risolvere il conflitto fra valori ultimi. La politica non può farsi consegnare dalla tecnica una risposta alla domanda su quale vita meriti di essere vissuta. Nemmeno una procedura democratica cancella quel dissenso; può però stabilire come convivere e decidere quando i fini restano controversi.
La generazione che nel 1999 guardava alla rete come a una promessa ha conosciuto i benefici concreti dell'accesso digitale, e insieme le dipendenze che si sono formate negli ambienti costruiti attorno a quell'accesso. Ora ascolta una promessa ulteriore: lavoreremo meno, sapremo di più, saremo liberati da nuove necessità. L'esperienza non ci autorizza a negarla in anticipo. Ci obbliga, piuttosto, a distinguere la realizzazione tecnica dalla sua distribuzione sociale e a domandarci quali capacità umane occorrano per abitarla.
Le piazze che chiedono casa, lavoro e futuro sono già dentro questa domanda, anche quando non parlano di AI. Ricordano che nessuna liberazione futura risarcisce da sola l'impossibilità presente di costruire una vita; obbligano la politica a misurarsi con ciò che le promesse generali lasciano indietro.
Non tutte le strade rimangono percorribili. Una filiera perduta non si ricostruisce per decreto; una dipendenza tecnologica consolidata può rendere costosissima l'alternativa; un investimento strategico e i suoi impegni finanziari si proiettano oltre coloro che lo hanno deciso. Sono vincoli reali. La loro esistenza, tuttavia, non prova che ogni decisione successiva sia inutile. E partecipare non significa poter annullare qualunque vincolo o prevalere in ogni conflitto: significa che le possibilità ancora praticabili non vengano sottratte alla conoscenza e al giudizio di chi dovrà viverne le conseguenze.
Un futuro condizionato non è necessariamente un futuro determinato. Ma un futuro al quale non possiamo partecipare diventa, per chi lo subisce, quasi indistinguibile da un destino.
Non sappiamo quanta parte del futuro sia ancora disponibile alla nostra volontà collettiva. Sappiamo però riconoscere, almeno qualche volta, la soglia in cui una previsione si fa programma, il programma diventa investimento, l'investimento crea dipendenza e una scelta umana comincia a essere raccontata come necessità. Il tempo della politica si gioca anche lì, prima che il futuro degli altri diventi l'unica vita che resta loro da vivere.
Studi
- Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) e NASK, Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure, ILO Working Paper 140, 20 maggio 2025. Esposizione delle mansioni alla GenAI; maggior probabilità di trasformazione del lavoro rispetto a sostituzione integrale. https://www.ilo.org/publications/generative-ai-and-jobs-refined-global-index-occupational-exposure
- OCSE, Financing of Social Protection, settembre 2026. Rapporti fra basi contributive, protezione sociale, evoluzione demografica e incertezza degli effetti occupazionali dell'AI. https://www.oecd.org/en/publications/financing-of-social-protection_b384fd31-en.html
- Fondo monetario internazionale (FMI), Global Economic and Financial Implications of Artificial Intelligence: Lessons from a Scenario Planning Exercise, IMF Notes, 3 aprile 2026. Esercizio di scenari, non previsione puntuale della disoccupazione. https://www.imf.org/en/publications/imf-notes/issues/2026/04/03/global-economic-and-financial-implications-of-artificial-intelligence-lessons-from-a-574924
- OCSE, Artificial Intelligence Markets, 2026. Competizione fra modelli e concentrazione in segmenti infrastrutturali e a monte. https://www.oecd.org/en/publications/artificial-intelligence-markets_d531d73f-en.html
- Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Global military spending rise continues as European and Asian expenditures surge, 27 aprile 2026. Dati 2025 sulla spesa militare mondiale e sulla regione geografica europea. https://www.sipri.org/media/press-release/2026/global-military-spending-rise-continues-european-and-asian-expenditures-surge
Riferimenti
- Commissione europea e Alto rappresentante, Joint White Paper for European Defence Readiness 2030, 19 marzo 2025. Documento di indirizzo sulle capacità e sulle priorità europee di difesa. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52025JC0120
- OCSE/G20, Global Minimum Tax, documentazione istituzionale e aggiornamenti del quadro internazionale di imposizione delle grandi multinazionali. Non è un sistema di compensazione automatica dei territori colpiti dall'automazione. https://www.oecd.org/en/topics/global-minimum-tax.html
- Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), Artificial intelligence in the military domain e Autonomous weapon systems, FAQ istituzionali. Impieghi militari dell'AI e questione del controllo umano sulla forza. https://www.icrc.org/en/article/faq-artificial-intelligence-in-military-domain · https://www.icrc.org/en/article/faq-autonomous-weapon-systems
- Spagna, Boletín Oficial del Estado, Real Decreto-ley 26/2026; Real Decreto 806/2026 del 5 ottobre (scioglimento e convocazione del voto); Real Decreto-ley 28/2026 e 29/2026 del 6 ottobre. https://www.boe.es/diario_boe/txt.php?id=BOE-A-2026-20266 · https://boe.es/diario_boe/txt.php?id=BOE-A-2026-20742 · https://www.boe.es/buscar/act.php?id=BOE-A-2026-20822 · https://www.boe.es/eli/es/rdl/2026/10/06/29
- Serbia, Commissione elettorale / Governo, primi risultati delle elezioni parlamentari del 25 ottobre 2026, comunicati il 26 ottobre. Dati provvisori alla data del testo. https://www.srbija.gov.rs/vest/en/290661/student-list-wins-5271-of-the-vote-according-to-riks-preliminary-results.php
- CRTA, osservazione indipendente delle elezioni serbe, valutazione preliminare del 26 ottobre 2026; da distinguere dal conteggio ufficiale preliminare. https://crta.rs/en/the-crta-election-observation-mission-presented-its-preliminary-assessment-of-election-day-mobilization-against-electoral-engineering/
- OSW – Centre for Eastern Studies, Vučić or the students? Serbia ahead of the parliamentary elections, 21 ottobre 2026; composizione e selezione della Lista Studentesca. https://www.osw.waw.pl/en/publikacje/osw-commentary/2026-10-21/vucic-or-students-serbia-ahead-parliamentary-elections
- European Consortium for Political Research, The Loop, From plenums to parliament: the rulebook behind Serbia's Student List, ottobre 2026. Descrizione del meccanismo di selezione della lista e dell'assenza di studenti candidati. https://theloop.ecpr.eu/from-plenums-to-parliament-the-rulebook-behind-serbias-student-list/
- Leonardo S.p.A., Relazione finanziaria semestrale al 30 giugno 2026, elenco delle partecipate (Leonardo Ukraine LLC); Report on Corporate Governance and Shareholder Structure, 2025 Financial Year, 11 marzo 2026, partecipazione MEF. Trascrizione consultata della semestrale: https://financialfilings.com/filings/leonardo/interim-quarterly-report/2026/49881758/ · relazione governance ufficiale: https://www.leonardo.com/documents/15646808/16736911/RCG%2B2026_11%2B03%2B2026_ENG.pdf?t=1773313987382
- Karl Marx, Il capitale, libro III, cap. 48. Rapporto fra regno della necessità, riduzione del lavoro necessario e regno della libertà. Testo consultabile: https://historyisaweapon.com/defcon6/works/subject/hist-mat/capital/vol3-ch48.html
- Max Weber, La scienza come professione (Wissenschaft als Beruf). Conflitto fra valori ultimi e limiti della razionalità tecnico-scientifica nella scelta dei fini. https://sociology.sas.upenn.edu/sites/default/files/Weber-Science-as-a-Vocation.pdf
- Pier Paolo Pasolini, Acculturazione e acculturazione, articolo del 9 dicembre 1973, poi in Scritti corsari; in controluce anche Lettere luterane. Il riferimento è interpretativo; non viene presentato come citazione testuale e richiede collazione con un'edizione a stampa prima di attribuzioni letterali. Antologia di estratti consultata durante la revisione: https://www.diessefirenze.org/wp-content/uploads/2024/06/Antologia-Scritti-corsari.pdf
English note
The Future of Others asks a question that technological progress cannot answer on its own: who will be able to shape the life made possible by the changes now under way?
The essay begins in the streets. People demanding housing, secure livelihoods and political accountability are not necessarily protesting against technology. Yet their demands expose a growing gap between the speed at which economic conditions change and the capacity of institutions to govern the consequences. A gain in productivity may create wealth while leaving the costs of adjustment with different people, in different places, and at a different time. The same divide appears in the ownership of digital infrastructure, in the power to set its terms of use, and in the difficulty of taxing and redistributing benefits across borders.
The argument also follows a generation that approached the year 2000 expecting wider horizons. It asks what responsibility that generation now bears towards younger people, without claiming the right to speak or decide for them. Recent movements in Spain and Serbia reveal distinct paths from protest to political representation, as well as the unresolved distance between gaining a hearing and obtaining lasting results.
There is a further tension. Technologies that may reduce necessary labour also serve surveillance, defence and the conduct of war. Their capabilities cannot determine the purposes for which they should be used. Nor does time released from work automatically become freedom: its meaning depends on income, social relations, the formation of desires and the ability to take part in collective judgement.
The future is shaped by inherited commitments and powerful infrastructures. It is not therefore wholly open. But constraint is not destiny. The political question is whether those who will live with the consequences can still know, contest and revise the choices made in their name.