Saggio 10 · Potere, responsabilità civile, classe dirigente

Giovani e senilità del potere

Per una classe dirigente capace di iniziare ancora.

La giovinezza storica non è una questione anagrafica. È la capacità di assumere il passato, attraversare il tragico e rendere ancora possibile un inizio.

Pubblicazione: 14 maggio 2026 · Aggiornamento: 25 maggio 2026 · Autore: Alessandro Gentili

Copertina editoriale del Saggio 10 su giovinezza storica, senilità del potere e responsabilità della classe dirigente.

Il saggio

Per una classe dirigente capace di iniziare ancora

La giovinezza storica non è una questione anagrafica. È la capacità di assumere il passato, attraversare il tragico e rendere ancora possibile un inizio.

C’è una scena che ritorna, con minime variazioni, ogni volta che il mondo entra in una stagione più dura.

Uomini seduti intorno a tavoli lunghi. Sale chiuse. Bandiere alle spalle. Volti gravi. Parole consumate dall’uso e tuttavia ancora solenni: sicurezza, deterrenza, stabilità, interesse nazionale, civiltà, ordine, minaccia.

Tutto appare adulto, responsabile. Tutto sembra parlare la lingua severa della storia.

Eppure, sotto quella gravità, si avverte spesso una povertà più profonda: il potere non appare maturo, appare invecchiato dentro. Porta la maschera della necessità, ma non la sapienza di chi ha attraversato il tragico. Ripete ciò che conosce, perché ha smesso di immaginare ciò che potrebbe ancora nascere.

Ridurre tutto all’età sarebbe comodo e povero. Ci sono ragazzi già addestrati alla vecchiaia: parlano presto il lessico della prudenza sterile, imparano il cinismo utile, fanno della compatibilità una piccola carriera dell’anima. E ci sono uomini e donne avanti negli anni che custodiscono una giovinezza più alta: energia temperata dalla memoria, prontezza a cominciare senza disprezzo per ciò che li precede, coraggio di dare forma al nuovo quando il nuovo rischia di restare soltanto moda.

La vera frattura non passa tra generazioni.

Passa tra giovinezza storica e senilità del potere.

La giovinezza storica non coincide con la freschezza biologica. È una facoltà dello spirito politico: apertura, fondazione, rischio, istituzioni da immaginare, destino da restituire a ciò che l’amministrazione riduce a pratica corrente. Nasce quando il passato viene assunto come eredità viva, non come reliquia né come catena. È addizione, non sostituzione: giovani e meno giovani, esperienza e possibilità, memoria ricevuta e destino ancora da costruire.

È, nel senso più profondo, la possibilità di un inizio: rendere ancora possibile qualcosa che prima non c’era.

La senilità del potere, invece, è l’esaurimento della visione. È la ripetizione delle grammatiche di dominio quando il mondo avrebbe bisogno di linguaggi nuovi. È la stanchezza imperiale che continua a muovere eserciti, capitali, apparati, tecnologie e simboli, senza riuscire a generare una forma di civiltà ancora desiderabile.

È il potere che sopravvive alla propria immaginazione.

Il problema dell’Occidente non è soltanto la perdita di potenza. È la perdita di forma.

E quando una civiltà perde forma, comincia a guardare con invidia proprio ciò che dovrebbe saper giudicare.

Bisogna dirlo senza ingenuità. I modelli compatti, autoritari, identitari o monolitici che oggi seducono una parte dell’immaginario occidentale non sono innocenti. Nell’impero non c’è purezza. Nella verticalità cieca non c’è redenzione. Nella durezza non c’è automaticamente grandezza.

Sarebbe però altrettanto ingenuo non capire perché quelle forme attraggano.

Una civiltà svuotata, procedurale, amministrativa, incapace di nominare il proprio destino, finisce per osservare con turbamento culture che appaiono più dense, più continue, più sicure del proprio diritto a durare. Non vanno imitate. Vanno comprese nella loro forza simbolica.

Il vuoto non combatte mai bene contro la forma. Può opporle norme, sanzioni, indignazioni, dichiarazioni solenni. Può moltiplicare documenti, vertici, conferenze, lessici morali. Ma se non produce a sua volta una forma, prima o poi comincia a desiderare quella altrui.

È dentro questo vuoto che ritorna il tragico. E con il tragico ritorna il teologico-politico.

Le guerre contemporanee non sono mai soltanto conflitti materiali. Sono lotte per il senso, per la legittimazione, per l’investitura morale. Nessun potere vuole apparire come semplice interesse. Anche quando agisce per calcolo, cerca un cielo sopra di sé: una missione, una ferita da vendicare, una necessità storica, una difesa della civiltà, un destino da compiere.

Quando entra nella lingua del sacro, la guerra smette di essere soltanto strategia. Diventa catechismo. Divide i puri dagli impuri, i fedeli dai traditori, i realisti dagli ingenui, i responsabili dai sospetti. Il comando non chiede solo obbedienza; chiede adesione morale. Vuole che la forza appaia necessaria, che la necessità appaia giusta, che la giustizia sembri quasi consacrata.

Eraclito sarebbe forse più utile di molti analisti contemporanei per comprendere questa stagione. Non l’Eraclito addomesticato del “tutto scorre”, ormai ridotto a frase da calendario colto. L’Eraclito del fuoco, del conflitto, del polemos come struttura del reale.

Il conflitto, in lui, non è un incidente del mondo. È una sua legge profonda: tensione, attrito, opposizione generativa, campo in cui le forme vengono provate, distrutte, ricomposte.

Una civiltà senile non sa più abitare il conflitto. Lo rimuove e lo degrada a problema comunicativo, oppure lo idolatra e lo trasforma in culto della forza. In entrambi i casi lo tradisce.

Perché il conflitto, senza logos, diventa pura distruzione. Negato, ritorna come brutalità incontrollata.

Il nostro tempo è tragico proprio perché ha smarrito questa intelligenza dell’opposizione. Ha creduto di poter amministrare il divenire senza formarlo, di neutralizzare la storia attraverso procedure, mercati, protocolli, diplomazie linguistiche, piattaforme morali. Ma il mondo non smette di bruciare solo perché una civiltà ha dimenticato il fuoco.

Il fuoco torna.

E quando torna, chiede uomini capaci non di adorarlo, ma di attraversarlo.

Qui la senilità del potere diventa più pericolosa. È esausta e ancora armata. Decide dentro un immaginario consumato. Continua a pronunciare ordine, sicurezza, stabilità, civiltà, ma spesso non sa più dire quale uomo voglia formare, quale comunità voglia servire, quale futuro voglia rendere abitabile.

La potenza senza forma non è forza. È inerzia organizzata.

In tempi di pace una società può perfino sopportare classi dirigenti modeste. Non dovrebbe, ma sopravvive. Le strutture assorbono, le routine compensano, l’inerzia istituzionale copre il vuoto. Nelle stagioni stabili, figure basse, sciatte, mediocri, prive di visione, possono attraversare ruoli importanti senza produrre subito un disastro visibile. Il sistema regge per loro, non grazie a loro.

Nelle stagioni tragiche, invece, la mediocrità cambia natura.

Quando tornano guerre, polarizzazioni, crisi di legittimità, impoverimento simbolico, fratture sociali, sfide tecnologiche, ritorni imperiali, uso politico del sacro, la mediocrità non è più un difetto estetico. Diventa rischio sistemico.

Una classe dirigente mediocre non sbaglia soltanto decisioni. Abbassa il campo del possibile. Rende normale il piccolo calcolo dove servirebbe visione, la battuta dove servirebbe dottrina, la tattica dove servirebbe forma, la comunicazione dove servirebbe destino.

Il potere senile non è necessariamente rozzo. Può essere elegante, competente, educato, perfino tecnicamente preparato. È senile perché non inizia nulla. Amministra ciò che ha ricevuto, difende ciò che non sa più comprendere, usa il futuro come semplice prolungamento del presente.

Non custodisce una tradizione: la svuota in cerimonia.

Non protegge un ordine: ne replica i gesti senza più abitarne l’anima.

Per questo chiedere soltanto più giovani al potere significa trasformare una questione seria in marketing generazionale.

Il punto non è cambiare anagrafe al comando.

Il punto è chiedere quale tipo umano una civiltà stia selezionando.

Un trentenne può essere già vecchio se vive solo di posizionamento, reputazione, linguaggio preso in prestito, prudenza tattica. Un settantenne può essere giovane se conserva la capacità di iniziare, di esporsi, di riconoscere il nuovo senza volerlo subito neutralizzare.

La giovinezza storica non chiede spazio per diritto biologico. Chiede compito. Non dice soltanto: “tocca a noi”. Dice: “siamo disposti a reggere ciò che verrà”.

Questa è la differenza decisiva.

La gioventù vuole accesso. La giovinezza storica vuole responsabilità.

La gioventù può limitarsi a entrare nel sistema. La giovinezza storica domanda se quel sistema sia ancora degno di essere abitato così com’è.

La gioventù può diventare rapidamente linguaggio di carriera. La giovinezza storica è fondazione.

Qui Machiavelli resta decisivo, ma va sottratto alla sua caricatura più povera. Non il Machiavelli del cinismo da corridoio, non il santino laico di chi giustifica ogni bassezza chiamandola realismo. Machiavelli è più serio di così. È il pensatore dell’azione nel reale senza servilismo verso il reale. Guarda la forza, la necessità, il conflitto, la fortuna, ma non si inginocchia davanti a essi.

Sa che il mondo non si governa con anime belle. Ma sa anche che nessuna comunità dura se non produce virtù, ordine, forma, capacità di fondare.

Il realismo vero non è adorare il fatto compiuto. È capire da dove si può ancora agire.

Se non si può correggere subito l’impero, si può almeno agire nei territori. Nelle amministrazioni. Nelle scuole. Nelle associazioni. Nelle imprese. Nei luoghi intermedi. Nei corpi civili dove una forma può ancora essere provata prima di diventare sistema.

La politica non ricomincia sempre dal centro. A volte ricomincia dai margini che hanno smesso di chiedere permesso alla decadenza.

Weber aggiunge la disciplina del tragico. La politica come vocazione non è una recita muscolare della decisione. Non è il gesto scenico, il pugno sul tavolo, la frase forte detta per occupare il giorno dopo una piattaforma. È responsabilità verso le conseguenze. È sapere che il bene non arriva mai puro, che ogni decisione sporca le mani, ma che proprio per questo non tutto può essere assolto dalla retorica della necessità.

Contro il decisionismo teatrale, Weber ricorda che la politica è durata, nervo, sobrietà, capacità di rispondere.

Non basta decidere. Bisogna reggere ciò che la decisione apre.

Mosca e Pareto, da prospettive diverse, ci ricordano una verità scomoda: le élite esistono sempre. Anche quando si finge di abolirle, ritornano sotto altro nome: gruppi dirigenti, reti, apparati, competenze, caste invisibili, cerchie reputazionali, oligarchie della visibilità.

Il problema, dunque, non è abolire le élite. È rifondarle. Chiedere con quali criteri siano formate, quale idea dell’uomo incarnino, quale rapporto abbiano con il servizio, con il limite, con il sapere, con la responsabilità.

Una società che nega il problema dell’élite finisce quasi sempre per produrre élite peggiori: meno nominate, meno responsabili, meno formate, più mimetiche. Quando non si ha il coraggio di selezionare i migliori, si finisce per premiare i più compatibili.

E la compatibilità non è una virtù politica. È una qualità dell’apparato.

Pasolini ci aiuta a vedere il vuoto antropologico sotto la superficie del progresso. La devastazione più profonda non è sempre quella che distrugge le istituzioni. È quella che cambia il tipo umano, che rende desiderabile l’omologazione, che svuota il linguaggio, che trasforma la libertà in consumo di forme già predisposte.

Il “Palazzo”, in questo senso, non è soltanto il luogo fisico del comando. È una forma mentale. È il potere quando diventa lingua separata, rito separato, percezione separata del reale. Una civiltà può continuare ad avere parlamenti, mercati, piattaforme, università, festival, talk show, ma perdere comunque profondità. Può parlare moltissimo e non dire quasi più nulla. Può moltiplicare immagini e smarrire esperienza.

È in questo spazio svuotato che Nietzsche torna come rischio e come avvertimento. Non va usato come chiave totale, né trasformato in lasciapassare per ogni estetica della forza. La volontà di potenza, se ridotta a posa, diventa rapidamente caricatura: culto dell’energia, disprezzo del limite, ebbrezza del dominio.

È il punto in cui la verticalità si corrompe in narcisismo e la grandezza diventa spettacolo di durezza.

Qui si apre una tentazione reale: rispondere alla liquidità moderna con una verticalità rigida, gerarchica, nostalgica, più affascinata dall’ordine che dalla giustizia, più attratta dalla forma chiusa che dalla responsabilità viva.

Ma la risposta alla decadenza non può essere una nostalgia della gerarchia. Una civiltà non si salva irrigidendosi. Si salva formando uomini e donne capaci di portare altezza senza trasformarla in dominio.

Qui Aristotele torna più necessario di quanto sembri.

Non come monumento scolastico, ma come pensatore della forma.

Per Aristotele una comunità politica non esiste soltanto per garantire sopravvivenza, scambio, sicurezza o amministrazione degli interessi. Esiste perché l’uomo possa compiere una certa forma di vita. La polis non è un ufficio più grande, né un mercato con le bandiere. È il luogo in cui si educano caratteri, si ordinano fini, si distinguono virtù e degrado, si decide quale tipo umano una società intenda rendere possibile.

Questo è il punto che il presente fatica perfino a formulare.

Noi discutiamo molto di competenze, performance, accesso, diritti, efficienza, innovazione. Discutiamo molto meno della domanda decisiva: che cosa deve diventare un uomo per essere degno di governare qualcosa che non gli appartiene?

Senza questa domanda, ogni discorso sul merito resta monco. Il merito non è solo capacità di ottenere risultati. È forma del carattere. È misura. È prudenza nel senso alto: phronesis, intelligenza pratica del bene possibile, capacità di deliberare dentro circostanze imperfette senza perdere l’orientamento verso un fine più alto.

Una classe dirigente può essere competente e tuttavia non essere virtuosa. Può essere brillante e tuttavia non essere giusta. Può essere giovane, internazionale, efficiente, digitalizzata, e tuttavia non sapere nulla del bene comune.

Per questo la formazione non è un accessorio della politica. È la sua condizione preliminare.

Qui si apre l’obiezione più seria: chi forma i formatori?

Se a formare i futuri dirigenti sono gli stessi apparati che hanno prodotto la senilità del potere, la riforma diventa autoriproduzione. Se la formazione viene consegnata soltanto al mercato, produce competenze utili e immaginazioni deboli. Se viene abbandonata alla burocrazia, genera conformità. Se resta chiusa nell’accademia, rischia di sapere molto del mondo senza toccarne il peso.

Il primo cerchio, allora, non può essere il potere già costituito. Deve essere una nuova classe intellettuale e civile: uomini e donne capaci di pagare il costo della complessità prima di pretendere di governarla. Non maestri separati dalla vita, non sacerdoti della competenza, non custodi di un sapere ornamentale, ma figure capaci di tenere insieme pensiero e realtà, territorio e mondo, memoria e decisione.

Una classe dirigente nasce sempre da un’altra classe dirigente. Ma quando la catena si consuma, serve un’interruzione generativa: qualcuno che non erediti soltanto procedure, ma riapra il criterio stesso della formazione.

Da qui nasce una parola difficile, quasi scandalosa per un tempo che ha paura di ogni altezza: aristocrazia.

Va pronunciata con prudenza, ma non va abbandonata ai nostalgici, agli snob o ai fanatici dell’ordine. Aristocrazia, nel senso che qui interessa, non significa casta. Non significa privilegio ereditario. Non significa distanza sprezzante dal popolo.

Significa governo dei migliori, se e solo se i migliori sono formati al servizio, al limite, alla responsabilità, alla profondità.

Serve una nuova aristocrazia civile.

Non una élite chiusa, ma una minoranza dirigente aperta, severa, selettiva, esigente, fondata non sulla nascita ma sulla formazione, non sulla visibilità ma sulla prova, non sull’appartenenza ma sulla capacità di reggere il peso del comune.

Una aristocrazia civile del merito, del pensiero e del servizio.

Merito, però, non nel senso impoverito della prestazione individuale. Il merito senza servizio è carriera travestita da virtù. Senza profondità, diventa esecuzione. Senza limite, è soltanto un’oligarchia più presentabile.

Il merito che serve a una civiltà tragica non coincide con il curriculum brillante né con la prestazione misurabile. Ha bisogno di sapere, disciplina, carattere, giudizio, senso istituzionale, responsabilità morale, lettura sistemica del mondo. Non come inventario di qualità nobili, ma come tenuta interiore davanti alla pressione del reale.

Da qui nasce una conseguenza molto concreta: bisogna tornare a formare prima di selezionare, e selezionare prima di consegnare potere.

La democrazia non si difende abbassando ogni soglia fino a rendere tutto intercambiabile. Si difende rendendo accessibile l’altezza, non fingendo che l’altezza non serva.

Storia, diritto, istituzioni, economia politica, relazioni internazionali, filosofia politica, sociologia, geopolitica: non sono lussi accademici. Sono il minimo necessario per governare un mondo tornato tragico.

La storia impedisce di scambiare ogni crisi per un’eccezione assoluta.

Il diritto distingue la forza dalla legittimità.

Le istituzioni insegnano che nessuna volontà politica dura se non diventa forma stabile.

L’economia politica mostra come il potere distribuisca possibilità, debito, dipendenza, futuro.

Le relazioni internazionali ricordano che la pace non basta desiderarla: va costruita dentro rapporti di forza, paure, interessi, memorie, geografie.

La filosofia politica impedisce di usare parole enormi — libertà, popolo, sovranità, giustizia — come slogan senz’anima.

La sociologia fa vedere i corpi intermedi, le fratture, le solitudini, le classi invisibili.

La geopolitica ricorda che gli spazi contano ancora: rotte, energia, confini, mari, catene produttive e deserti industriali decidono pezzi di destino.

Non serve una classe dirigente più informata. Serve una classe dirigente più formata.

Abbiamo scambiato troppo a lungo la complessità con una competenza settoriale. Ma il dirigente di un tempo tragico non può essere solo specialista. Deve essere figura di sintesi. Deve saper collegare ciò che l’apparato separa: guerra e fede, economia e territorio, tecnologia e antropologia, diritto e forza, comunicazione e verità, amministrazione e destino.

Non serve l’uomo totale come fantasia rinascimentale da copertina. Serve una mente non mutilata.

La giovinezza storica nasce qui.

Non nell’urlo contro i padri. Non nella retorica del ricambio. Non nel giovanilismo come maquillage di strutture vecchie. Nasce quando una generazione, o una parte di essa, smette di chiedere soltanto accesso e comincia a chiedere compito.

Non “dateci spazio” soltanto, ma “formateci e giudicateci su ciò che sapremo reggere”.

Non “tocca a noi” per diritto biologico, ma “tocca a chi è disposto a portare il peso del futuro senza ridurlo a opportunità personale”.

Questa è la differenza tra gioventù e giovinezza.

La gioventù passa. La giovinezza storica può restare.

Ma una società che non apre varchi reali alle energie nuove, che non forma, non seleziona, non accompagna, non pretende, non consegna responsabilità, è una società che costringe la giovinezza a due esiti opposti e ugualmente poveri: l’adattamento o la fuga.

Il nostro problema non è che manchino giovani. È che spesso mancano forme capaci di trasformare energia in responsabilità.

E allora la proposta non può essere sentimentale.

Non basta dire: largo ai giovani.

Bisogna chiedere scuole di classe dirigente, comunità formative, percorsi di servizio, luoghi di pensiero e decisione, amministrazioni che diventino palestra di realtà, imprese che non selezionino solo esecutori, associazioni che non siano dopolavoro morale ma officine civili.

Bisogna ricostruire una catena tra sapere e responsabilità, tra competenza e destino, tra territorio e mondo.

Il territorio, in questo, non è folklore. È banco di prova. Chi non sa leggere un territorio difficilmente saprà leggere il mondo.

In un territorio vedi tutto: demografia, lavoro, scuola, solitudine, infrastrutture, memoria, disuguaglianze, speranze, rendite, poteri informali, capitale umano che parte, capitale simbolico che resta inutilizzato.

Il micro, se letto bene, contiene il macro. E spesso lo rivela meglio dei grandi discorsi.

Per questo una nuova classe dirigente non nasce soltanto nei palazzi centrali. Nasce dove qualcuno impara a trasformare amore per un luogo in forma organizzata. Dove qualcuno smette di confondere appartenenza e nostalgia. Dove chi resta, chi parte e chi torna riescono a riconoscersi come alleati e non come categorie morali contrapposte. Dove l’intelligenza non serve a distinguersi dal proprio mondo, ma a restituirgli possibilità.

Questa è l’alternativa.

Non una fuga estetica dalla modernità. Non il sogno di un ordine perduto. Non il rifugio in comunità chiuse, pure, autosufficienti, immaginarie. Non la nostalgia di gerarchie morte.

L’alternativa è più dura e più concreta: formare uomini e donne capaci di reggere il fuoco senza esserne consumati, e di dare forma al mondo senza irrigidirlo in dominio.

Uomini e donne capaci di stare nel conflitto senza idolatrarlo, nella complessità senza semplificarla, nella responsabilità senza trasformarla in carriera.

Il tempo che viene non chiede giovani da esibire. Chiede giovinezza da formare.

Non chiede poteri più rumorosi. Chiede responsabilità più profonde.

Questa è forse la vera giovinezza storica: non il desiderio di rompere tutto, ma la forza di iniziare di nuovo senza perdere la misura. Non l’ebbrezza della novità, ma il coraggio della fondazione. Non la fuga dal tragico, ma la capacità di attraversarlo portando una forma.

Il potere senile continuerà a parlare la lingua della necessità. Dirà che il mondo è duro, che non ci sono alternative, che la storia è tornata, che bisogna essere realistici.

E in parte avrà ragione.

Il mondo è duro. La storia è tornata. Il tragico non si cancella con buone intenzioni.

Ma proprio per questo non possiamo consegnarlo a chi conosce solo le vecchie grammatiche della forza.

Il realismo senza immaginazione diventa servitù al presente.

L’immaginazione senza disciplina diventa fuga.

La politica degna di questo nome nasce quando visione e responsabilità tornano a stringersi.

Il tempo che viene non ha bisogno di giovanilismo. Ha bisogno di giovinezza storica.

Ha bisogno di uomini e donne capaci di iniziare senza illudersi, di governare senza adorare il comando, di studiare senza rifugiarsi nell’accademia, di decidere senza teatralizzare la decisione, di servire senza cercare santificazione, di reggere il tragico senza trasformarlo in culto della forza.

O la giovinezza torna a essere una forma della responsabilità, oppure il futuro verrà consegnato a poteri che hanno già smesso di credere davvero nel mondo.

Studi principali

Eraclito — fuoco, conflitto, polemos, opposizione come struttura del reale.

Aristotele — polis, virtù, formazione del carattere, phronesis, compimento umano nella comunità politica.

Niccolò Machiavelli — virtù, fortuna, realismo dell’azione, fondazione politica.

Max Weber — politica come vocazione, etica della responsabilità, durata, conseguenze della decisione.

Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto — élite, minoranze dirigenti, circolazione dei gruppi di potere.

Pier Paolo Pasolini — mutazione antropologica, omologazione, Palazzo, impoverimento del linguaggio pubblico.

Friedrich Nietzsche — volontà di potenza come rischio interpretativo, critica della forza ridotta a posa.

Riferimenti in controluce

Teologico-politico, crisi della forma occidentale, civiltà procedurale, rapporto tra merito e servizio, territorio come laboratorio del mondo, formazione delle classi dirigenti, responsabilità democratica, apparati e perdita di profondità.

Nota editoriale: gli strumenti di AI possono essere usati come supporto di revisione e affinamento linguistico. Idee, struttura, tesi e voce restano autoriali. Per il metodo completo: Method.