
Tre potenze stanno spingendo l’Europa a riarmarsi. Nessuna desidera la stessa Europa.
La Russia ha restituito alla guerra una funzione che il continente sperava di avere confinato nel proprio passato: modificare con la forza la sovranità, i confini e l’orientamento politico di uno Stato vicino. La sua azione esprime una concezione dello spazio internazionale nella quale le grandi potenze rivendicano profondità strategica e pretendono che la sicurezza dei Paesi minori rimanga compatibile con la propria. Comprendere la percezione russa dell’allargamento della NATO, dell’accerchiamento e della sicurezza indivisibile è necessario per costruire una strategia. Non rende meno reale la scelta di invadere l’Ucraina né può trasformare quella percezione in un diritto di subordinazione. L’Unione considera ormai la guerra russa una sfida esistenziale e collega esplicitamente a essa l’accelerazione della propria prontezza militare.
Gli Stati Uniti chiedono agli alleati di assumersi una responsabilità primaria nelle rispettive regioni e di sostenere una quota maggiore della difesa collettiva. La loro strategia più recente non annuncia l’abbandono dell’Europa: vuole un continente capace di difendersi, formato da Stati allineati e ancora inserito in un sistema nel quale Washington mantiene la funzione di coordinatore, sostenitore e principale potenza nucleare. La protezione americana non può quindi essere separata dalle priorità interne degli Stati Uniti, dalla competizione nell’Indo-Pacifico, dalla volontà delle singole amministrazioni e dall’interesse a mantenere aperti i mercati europei alle proprie tecnologie e alla propria industria militare.
La Cina esercita una pressione differente. Non minaccia direttamente i confini europei, ma occupa posizioni decisive nelle filiere industriali, nelle materie prime, nelle tecnologie e nelle infrastrutture necessarie anche alla sicurezza. La dipendenza è reciproca: Pechino ha bisogno del mercato europeo, mentre l’Europa dipende da forniture concentrate in pochi produttori cinesi. La reciprocità, però, non rende simmetriche le vulnerabilità. L’Unione ricava dalla Cina, per esempio, il 97% del proprio magnesio e una quota determinante di terre rare e componenti strategici; ha inoltre sanzionato imprese stabilite in Cina per il trasferimento di beni a duplice uso al complesso militare-industriale russo.
Russia, Stati Uniti e Cina non sono politicamente né moralmente equivalenti. La prima è l’antagonista militare diretto; i secondi restano l’alleato indispensabile; la terza è un concorrente sistemico legato all’Europa da una vasta interdipendenza.
Eppure i loro interessi possono convergere su uno stesso risultato. A Mosca conviene un continente diviso; Washington preferisce alleati più capaci, ma inseriti in un ordine strategico del quale conserva il vertice; Pechino trae vantaggio da un mercato aperto, frammentato e dipendente.
Soltanto gli europei potrebbero desiderare una sovranità europea. Non hanno ancora stabilito quali poteri condividere, quali differenze conservare e quali responsabilità assumere per renderla reale.
Il continente sta costruendo gli strumenti della forza prima di avere definito con la stessa precisione chi dovrà orientarli, quale spazio dovranno proteggere e quale ordine dovrà sopravvivere al loro eventuale impiego.
Qui nasce la pace senza forma.
1. La pace che aveva una forma
Dopo il 1945 l’Europa occidentale non affidò la propria sicurezza agli Stati Uniti per semplice debolezza morale o per comodità economica.
Era un continente devastato, attraversato da rivalità ancora vive e incapace di contenere autonomamente l’Unione Sovietica. Francia e Regno Unito erano usciti vincitori dalla guerra, ma profondamente ridimensionati. La Germania era occupata e divisa. L’Italia ricostruiva lo Stato democratico. Nessuna potenza europea poteva garantire da sola la sicurezza dell’insieme.
La presenza americana risolse due problemi contemporaneamente. Contenne l’espansione sovietica e impedì che la difesa del continente tornasse a dipendere dall’equilibrio instabile fra eserciti europei concorrenti. Permise il riarmo controllato della Germania occidentale, rassicurò la Francia e offrì alla ricostruzione un vertice strategico che gli Stati europei non erano in grado di produrre.
La NATO organizzava la difesa collettiva: gli Stati mantenevano eserciti e sovranità, mentre gli Stati Uniti fornivano il centro militare, nucleare e politico che nessuno di essi possedeva da solo.
Non fu una protezione gratuita. Washington consolidava il blocco occidentale, manteneva basi, influenza e accesso al continente e impediva la nascita di una potenza militare europea indipendente. Gli europei potevano destinare maggiori risorse alla ricostruzione, allo sviluppo e allo Stato sociale, rinviando la questione più difficile: chi avrebbe comandato una forza comune.
Quella divisione delle responsabilità produsse una pace dotata di forma. Era diseguale e dipendente, ma riconoscibile: garante americano, comando atlantico, eserciti nazionali, integrazione economica europea. Funzionò perché i suoi limiti e le sue asimmetrie erano più chiari delle alternative disponibili.
La fine della guerra fredda rese quasi invisibile l’origine storica di quell’ordine. Molti Paesi ridussero personale, scorte, investimenti e produzione militare. L’Unione costruì il mercato unico e la moneta, ampliò il proprio diritto e accolse nuovi Stati senza acquisire una capacità equivalente di decisione sulla guerra e sulla pace. La protezione americana divenne simile a un’infrastruttura permanente: utilizzata ogni giorno, raramente interrogata.
La guerra in Ucraina, il mutamento delle priorità statunitensi e la competizione tecnologica hanno spezzato questa presunzione di permanenza.
La risposta europea è già concreta. Secondo i dati dell’Agenzia europea per la difesa, i ventisette Stati membri hanno speso 418 miliardi di euro nel 2025; per il 2026 la previsione sale a 454 miliardi, pari al 2,4% del prodotto interno lordo. Al vertice dell’Aia del 2025, gli alleati NATO si sono impegnati a investire entro il 2035 il 5% del PIL: almeno il 3,5% per le capacità militari fondamentali e fino all’1,5% per infrastrutture, resilienza, innovazione e sicurezza. La Defence Readiness Roadmap 2030 propone quattro iniziative faro europee: Eastern Flank Watch, European Drone Defence Initiative, European Air Shield ed European Space Shield.
Sta nascendo un sistema continentale composto da finanziamenti, industrie, tecnologie, infrastrutture, acquisti comuni e interoperabilità.
La sua crescita materiale precede ancora la formazione dell’autorità politica chiamata a governarlo.
2. 1954-1955: fallì l’esercito europeo, riuscì l’ordine atlantico
Il precedente più utile non è il 1914.
È ciò che accadde fra il 1950 e il 1955.
La guerra di Corea convinse gli Stati Uniti che la difesa occidentale richiedesse anche il contributo militare della Germania federale. Cinque anni dopo la fine del nazismo e dell’occupazione tedesca, la ricostituzione di un esercito nazionale appariva però intollerabile a una parte consistente della politica e della società francesi.
Il Piano Pleven, elaborato nell’ambiente di Jean Monnet e presentato dal governo francese nell’ottobre del 1950, cercò di risolvere la contraddizione. Soldati tedeschi avrebbero contribuito alla difesa occidentale senza ricostruire immediatamente una forza nazionale autonoma. Le unità sarebbero state inserite in un esercito europeo, finanziato da un bilancio comune e sottoposto a un’autorità sovranazionale.
La Francia non partiva da una scelta federale compiuta. Utilizzava l’integrazione per contenere la Germania, guadagnare tempo e rispondere alla pressione americana.
Il progetto militare rivelò presto la propria natura politica. Un esercito richiede bilancio, catena di comando, definizione della minaccia, controllo parlamentare e un’autorità legittimata a ordinare l’impiego della forza. La Comunità europea di difesa e il progetto di Comunità politica procedettero quindi insieme: la seconda avrebbe dovuto fornire alla prima istituzioni e legittimità. La posizione italiana sostenne la necessità di non separare una forza comune dall’autorità politica, senza che questo eliminasse le divergenze presenti nello stesso dibattito nazionale.
Il progetto finì per rovesciarsi contro la potenza che lo aveva proposto.
Parigi voleva evitare un esercito tedesco autonomo, ma la struttura comune riconosceva progressivamente alla Germania una condizione di parità. Voleva conservare la propria influenza militare, accettando però di vincolare anche le forze francesi. Temeva inoltre una comunità subordinata agli Stati Uniti e costruita senza il Regno Unito, che sarebbe rimasto associato alla difesa continentale senza sottoporsi agli stessi obblighi sovranazionali.
Nel frattempo il contesto era cambiato. Stalin era morto, la guerra di Corea si era conclusa e la Francia era stata logorata dalla guerra d’Indocina e dalla sconfitta di Dien Bien Phu. Comunisti e gollisti, partendo da visioni opposte, convergevano nel rigetto: i primi avversavano il riarmo tedesco e il consolidamento del blocco occidentale; i secondi la perdita di sovranità e l’integrazione atlantica.
Il 30 agosto 1954 l’Assemblea nazionale francese impedì la ratifica della Comunità europea di difesa. Con essa cadde la Comunità politica che avrebbe dovuto sostenerla.
Il governo francese aveva immaginato di utilizzare l’integrazione per limitare la sovranità militare tedesca. Il Parlamento comprese che quella stessa integrazione avrebbe limitato anche la sovranità francese.
La storia non terminò con il fallimento.
Gli Accordi di Parigi dell’ottobre 1954 modificarono il Trattato di Bruxelles, trasformarono l’alleanza occidentale europea nell’Unione dell’Europa occidentale e aprirono la strada all’ingresso della Germania federale nella NATO, avvenuto il 6 maggio 1955. Il riarmo tedesco si realizzò così attraverso una soluzione intergovernativa e atlantica: la Germania recuperava sovranità, mentre le sue forze venivano integrate nel sistema militare occidentale.
Questo esito cambia il significato del precedente.
Il 1954 non dimostra soltanto che un esercito comune richiede una politica comune. Mostra che, quando la soluzione sovranazionale fallì, l’Europa poté ripiegare su una struttura intergovernativa perché esisteva un garante esterno capace di assicurare comando, deterrenza e credibilità.
L’ordine atlantico risolse il problema che l’Europa politica non aveva saputo risolvere.
Oggi quell’ordine continua a essere indispensabile, ma il suo principale garante chiede agli europei di assumersi una responsabilità molto maggiore e dichiara che le proprie risorse dovranno servire anche altri teatri e, prima di tutto, la sicurezza interna americana.
La domanda contemporanea non riguarda quindi la resurrezione della Comunità europea di difesa. Riguarda il futuro della soluzione costruita dopo il suo fallimento.
3. Una coalizione di urgenze
L’Europa non vede la stessa minaccia quando guarda la stessa carta.
La Polonia interpreta la Russia attraverso la geografia e una memoria storica fatta di spartizioni, invasioni e dominazione sovietica. Nel 2026 prevede di destinare alla difesa circa 200 miliardi di złoty, pari al 4,8% del PIL. Il rafforzamento del confine orientale e l’acquisto accelerato di sistemi militari esprimono una convinzione: se il margine orientale non è difendibile, la promessa europea perde credibilità nel suo punto più esposto.
Varsavia non teme soltanto la Russia. Diffida anche di una sicurezza europea nella quale la decisione dipenda da potenze occidentali più lontane dalla frontiera e talvolta più disponibili al compromesso. Per questo continua a considerare gli Stati Uniti il garante più affidabile e acquista una parte importante delle proprie capacità da produttori americani. Il rafforzamento della Polonia rende l’Europa militarmente più solida, senza renderla automaticamente più autonoma da Washington.
Finlandia e Svezia seguono una grammatica diversa. Il modello finlandese collega autorità pubbliche, imprese, organizzazioni e cittadini per garantire la continuità delle funzioni vitali della società. La difesa totale svedese integra invece dimensione militare e civile; il programma 2025-2030 assegna più di 170 miliardi di corone aggiuntive alla prima e 37,5 miliardi alla seconda. Energia, comunicazioni, sanità, trasporti, approvvigionamenti e fiducia pubblica entrano nello stesso sistema. In questi modelli lo Stato sociale non è soltanto una voce di spesa concorrente rispetto all’esercito: appartiene alla capacità di resistere.
La Francia porta deterrenza nucleare, cultura strategica e capacità d’intervento. La Germania possiede la scala economica, industriale e finanziaria senza la quale il riarmo non può trasformarsi in produzione stabile. Fuori dall’Unione, il Regno Unito rimane una potenza militare e nucleare essenziale: la sua strategia continua a definirsi “NATO First”, pur riconoscendo che la sicurezza britannica dipende dalla sicurezza europea.
Un sistema di difesa limitato ai membri dell’Unione sarebbe istituzionalmente ordinato e strategicamente incompleto. Un sistema interamente ricondotto alla NATO conserverebbe invece la propria efficacia militare, lasciando irrisolta la questione della sovranità europea.
La Spagna contesta che una percentuale uniforme rappresenti da sola la responsabilità strategica. Madrid sostiene di poter raggiungere gli obiettivi capacitivi concordati con l’Alleanza con una spesa intorno al 2,1% e collega la sicurezza anche al Mediterraneo, all’Africa settentrionale, al terrorismo, alle infrastrutture e alla coesione sociale. Continua nel frattempo a partecipare agli strumenti comuni e dichiara di sostenere una futura forza europea. La sua è un’interpretazione rivendicata e contestata dell’impegno atlantico, non un ritiro dalla difesa collettiva.
La posizione spagnola solleva una domanda legittima — quanto possa indebolirsi una società per finanziare ciò che dovrebbe proteggerla — e corre un rischio reale: consentire a ogni governo di dichiarare sufficiente la spesa che è già disposto a sostenere, trasferendo agli altri il costo della protezione.
L’Ungheria occupa una posizione differente. Rafforza le proprie capacità nazionali, ma rifiuta che questa evoluzione produca maggiore sovranità politica dell’Unione o un impegno crescente a favore dell’Ucraina. Budapest colloca il confine della difesa collettiva sul limite orientale della NATO e privilegia cessate il fuoco e negoziato. È una concezione coerente della sovranità nazionale, intrecciata a interessi energetici, finanziari e politici che il solo linguaggio della pace non esaurisce.
Nei Balcani la differenziazione assume un’altra forma. Albania, Montenegro e Macedonia del Nord sono inseriti nelle strutture atlantiche e mantengono un elevato allineamento alla politica europea. La Serbia aspira all’Unione, coopera con le missioni europee e con la NATO, conservando allo stesso tempo relazioni significative con Russia e Cina. La Commissione europea continua a chiederle una scelta più netta in politica estera.
Queste differenze non sono residui destinati a scomparire con un nuovo regolamento. Sono la materia politica del continente.
L’Europa sta convergendo sulla percezione che il vecchio equilibrio non basti più. Le sue urgenze, tuttavia, non hanno ancora prodotto una direzione comune.
4. Il Mediterraneo dentro la sicurezza europea
Una strategia costruita soltanto intorno alla Russia sarebbe necessaria e incompleta.
A sud convergono Mar Nero, Mediterraneo orientale, Medio Oriente, Nord Africa, Mar Rosso, energia, cavi sottomarini, commerci e migrazioni. La sicurezza dell’Est e quella del Sud appartengono ormai allo stesso sistema, anche quando gli Stati continuano a trattarle come priorità concorrenti.
La Turchia è lo snodo più difficile. È membro della NATO, controlla l’accesso tra Mediterraneo e Mar Nero, possiede una grande forza militare e una crescente industria della difesa. Coopera con l’Europa e con l’Ucraina, mantiene canali con Mosca e persegue una propria autonomia in Siria, nel Caucaso e nel Mediterraneo. La Commissione riconosce il suo ruolo strategico e, nello stesso tempo, registra una persistente distanza dalla politica estera europea e dalle sanzioni contro la Russia.
La Grecia appartiene contemporaneamente all’Unione e alla NATO, possiede una posizione marittima decisiva e interpreta la propria sicurezza attraverso l’Egeo, il Mediterraneo orientale e il rapporto con Ankara. Cipro mostra il limite dell’architettura esistente: l’isola rimane divisa e la Turchia continua a non riconoscere la Repubblica di Cipro, membro dell’Unione. L’appartenenza alla stessa alleanza militare ha contribuito a contenere lo scontro fra Grecia e Turchia; non ne ha risolto le cause politiche.
Palestina, Libia e Tunisia ricordano che il Mediterraneo è anche una geografia della sofferenza. A Gaza la devastazione della popolazione civile, gli spostamenti ripetuti e l’erosione di ogni spazio politico palestinese rendono indifendibile la condotta israeliana e mostrano l’impotenza europea davanti ai principi che dichiara di rappresentare. La Libia resta frammentata fra istituzioni, gruppi armati e interessi esterni; la Tunisia accumula fragilità economiche e sociali mentre l’Europa tende a considerarla soprattutto come barriera alle migrazioni. Sono crisi diverse, ma rivelano lo stesso fallimento: un continente che parla di ordine senza riuscire a costruirlo nel proprio mare.
Il confronto fra Israele e Iran colloca queste tragedie dentro un sistema regionale più ampio, dominato da deterrenza, programmi missilistici, alleanze, rotte energetiche e interventi esterni. La capacità di colpire può contenere una minaccia, ritardarla oppure moltiplicarla; non offre, da sola, una risposta alla questione palestinese né una forma stabile al Medio Oriente.
In questo spazio l’Italia possiede una funzione possibile, non un diritto derivato dalla geografia. Dispone di industria navale, aerospaziale ed elettronica, porti, basi, logistica e relazioni con Nord Africa, Balcani, Turchia, Paesi arabi e Israele. Sopporta, nello stesso tempo, debito elevato, dipendenze energetiche e discontinuità politica.
Definirla “cerniera” non basta: una cerniera che non governa i movimenti delle parti viene semplicemente sottoposta alla loro pressione.
Il compito italiano può consistere nel collegare la deterrenza orientale alla stabilità meridionale, impedendo che il continente confonda la propria sicurezza con un solo punto cardinale.
Accanto allo Stato italiano opera una realtà di natura diversa. La Santa Sede non comanda eserciti, non garantisce confini e non può sostituire una strategia. Conserva però canali diplomatici, relazioni che attraversano i blocchi e una lingua della dignità umana capace di richiamare protezione dei civili, negoziato e reintegrazione del nemico nell’ordine successivo.
La sua funzione consiste nel contribuire affinché la pace non scompaia dal linguaggio con il quale le potenze pensano la guerra.
5. L’esercito che non può ancora esistere
A impedire un unico esercito europeo non sono armi, generali o tecnologie mancanti. Sono l’assenza di una sovranità condivisa e la divergenza degli interessi che quella sovranità dovrebbe comporre.
La Francia non intende cedere il controllo della propria deterrenza nucleare; la Germania deve trasformare forza economica in capacità militare senza produrre una nuova egemonia continentale. Il Regno Unito considera la NATO il quadro prioritario, mentre la Polonia non vuole sostituire una garanzia americana concreta con una promessa occidentale incerta.
Più a sud, Spagna, Italia e Grecia chiedono che la sicurezza includa Mediterraneo, infrastrutture, energia e stabilità sociale. L’Ungheria rifiuta invece che il coordinamento militare generi un potere politico superiore a quello degli Stati.
A queste differenze si aggiungono gli interessi industriali. Ogni grande Paese vuole che la crescita della spesa sostenga le proprie imprese, l’occupazione, la ricerca e la proprietà intellettuale. Comprare dagli Stati Uniti è più veloce; costruire in Europa richiede più tempo, ma genera maggiore autonomia. Nessuna delle due strade offre insieme rapidità operativa e indipendenza industriale.
Tutto viene organizzato affinché la deterrenza funzioni e l’impiego della forza non diventi necessario.
Nel mondo nucleare, una guerra diretta fra grandi potenze non costituirebbe una nuova tappa della storia europea. Potrebbe distruggere il mondo politico e materiale che ciascuna parte dichiara di voler difendere. Proprio perché il comando dovrebbe esistere soprattutto per non essere esercitato, la sua credibilità non può rimanere ambigua.
Immaginiamo un convoglio europeo colpito in territorio polacco.
Qualora l’azione fosse qualificata come attacco armato contro un alleato, entrerebbe nel campo dell’articolo 5 della NATO. La decisione sarebbe politica e verrebbe discussa nel Consiglio Nord Atlantico; ciascun alleato conserverebbe la responsabilità di adottare le misure ritenute necessarie, che possono includere l’uso della forza ma non lo rendono automatico. Un’operazione ibrida, cibernetica o deliberatamente mantenuta sotto la soglia renderebbe la classificazione ancora più difficile.
Quale autorità europea parlerebbe?
Parigi, perché possiede la deterrenza? Berlino, perché sostiene una parte rilevante della capacità industriale? Londra, per la forza militare, l’intelligence e il legame con Washington? Varsavia, perché l’attacco è avvenuto sul suo territorio? Bruxelles, perché il convoglio operava sotto un mandato europeo?
La risposta non può essere improvvisata dopo l’attacco, né affidata a un direttorio informale nel quale poche capitali decidono e tutte le popolazioni condividono il rischio.
Sperando che questa eventualità non debba mai verificarsi, la domanda ultima resta inevitabile:
Se ogni misura precedente fallisse, chi avrebbe l’autorità di ordinare a un soldato europeo di combattere e, potenzialmente, di morire?
L’Europa possiede già acquisti comuni, standard interoperabili, coalizioni e comandi integrati. Un esercito di una sovranità comune rimane un’altra cosa.
6. Dalla cooperazione alla costituzione strategica
L’Europa non parte da zero.
La PESCO consente agli Stati membri di assumere impegni vincolanti nello sviluppo delle capacità militari. L’articolo 44 del Trattato sull’Unione europea permette al Consiglio di affidare una missione a un gruppo di Paesi disponibili e capaci, mantenendone la gestione politica nell’ambito dell’Unione. Sono strumenti reali, ma non hanno ancora prodotto una responsabilità strategica europea paragonabile alla loro ambizione.
Chiamare “costituzione strategica differenziata” una PESCO più estesa sarebbe soltanto un cambio di nome.
Il termine costituzione acquista senso quando indica un ordine preventivo dei poteri: chi autorizza, chi esegue, chi paga, chi controlla e quale limite non può essere superato. Non si tratterebbe, almeno inizialmente, di creare un esercito federale o di scrivere una nuova costituzione europea. Occorrerebbe trasformare cooperazioni occasionali in responsabilità riconoscibili.
Ogni missione dovrebbe nascere da un mandato che definisca minaccia, obiettivo, area operativa, durata e condizione di arresto. Gli Stati non partecipanti potrebbero rinunciare al contributo militare, ma non dovrebbero scoprire soltanto dopo l’azione di essere esposti alle conseguenze economiche, cibernetiche o politiche. L’articolo 44 permette di affidare l’esecuzione a un gruppo ristretto; non elimina la necessità di una legittimazione comune.
Sul piano militare, ogni operazione deve possedere una sola catena di comando. Il comandante non può ricevere ordini incompatibili da governi diversi, e le regole d’ingaggio vanno definite prima della crisi.
Un Consiglio europeo di sicurezza permanente potrebbe preparare scenari, soglie e risposte, riunendo una componente stabile — istituzioni dell’Unione, Paesi dotati delle maggiori capacità, Stati direttamente esposti — e una rappresentanza geografica a rotazione. Non sostituirebbe il Consiglio europeo e non dovrebbe acquisire il diritto di trascinare il continente in guerra. Un organo dotato di poteri effettivi richiederebbe con ogni probabilità una riforma dei trattati: fingere che l’ordinamento attuale contenga già tutte le risposte sarebbe meno realistico che dichiararne il limite.
Le infrastrutture che proteggono l’intero continente — satelliti, spazio, cyberdifesa, mobilità militare, difesa aerea, scorte e logistica — richiedono finanziamenti comuni. I costi diretti delle operazioni ricadrebbero principalmente sugli Stati partecipanti; le conseguenze delle ritorsioni, invece, non potrebbero essere lasciate ai soli Paesi coinvolti. Servono strumenti di solidarietà per danni energetici, interruzioni commerciali, sabotaggi e attacchi cibernetici.
Senza condivisione del rischio, la differenziazione diventerebbe azzardo morale: pochi deciderebbero e tutti pagherebbero.
Anche il controllo democratico deve precedere l’emergenza. I parlamenti nazionali conservano i poteri previsti dai rispettivi ordinamenti sull’impiego delle forze; il Parlamento europeo dovrebbe controllare i finanziamenti comuni, ricevere informazioni sugli obiettivi e verificare la coerenza fra mandato e azione. Ogni missione avrebbe bisogno di una scadenza, di una verifica periodica e di una nuova autorizzazione per proseguire.
Rimane la questione nucleare. Non esiste oggi una bomba europea: esistono arsenali francesi e britannici inseriti in comandi, dottrine e rapporti differenti con gli Stati Uniti e con la NATO. Attribuirli retoricamente all’Europa sarebbe falso quanto ignorarli sarebbe irresponsabile. Una consultazione nucleare europea strutturata potrebbe chiarire scenari, interessi vitali e limiti, senza fingere un trasferimento di autorità che nessun popolo ha approvato.
La distribuzione delle competenze dovrà rispettare conoscenze e capacità senza trasformarle in gerarchie ereditarie. Polonia e Baltici comprendono la frontiera orientale meglio di chiunque altro, ma non possono definire da soli l’intera strategia continentale. Finlandia e Svezia offrono modelli avanzati di resilienza, che società diverse non possono limitarsi a copiare. Francia e Regno Unito dispongono di capacità strategiche senza ricavarne automaticamente un diritto di direzione politica; Germania e Italia sostengono produzione e logistica, evitando che la sicurezza venga ridotta a politica industriale.
Nel Mediterraneo, Spagna, Francia, Italia, Grecia e Cipro possono costruire responsabilità comuni e cercare una cooperazione selettiva con la Turchia. Gli Stati più piccoli devono poter partecipare alle decisioni, accedere alle cooperazioni e controllare l’uso dei finanziamenti condivisi.
Una costituzione strategica non cancellerebbe gli interessi nazionali. Li obbligherebbe a dichiararsi, a sostenere costi proporzionati e a incontrare un limite comune.
7. Dopo il centro americano
La centralità americana non sta necessariamente per terminare.
Gli Stati Uniti conserveranno a lungo potenza militare, innovazione, università, mercati finanziari, alleanze e moneta. Alla fine del 2025 il dollaro rappresentava ancora il 56,77% delle riserve valutarie mondiali, contro il 20,25% dell’euro e l’1,95% del renminbi. La centralità finanziaria americana rimane enorme; l’euro occupa stabilmente il secondo posto, senza disporre ancora della profondità dei mercati e degli strumenti comuni capaci di trasformarlo in un’alternativa piena.
Il cambiamento possibile è più sottile. Gli Stati Uniti potrebbero rimanere la maggiore potenza e ridurre progressivamente la disponibilità a sostenere il costo generale dell’ordine. La centralità monetaria e tecnologica può durare più a lungo della volontà politica di garantire ogni regione.
In questo scenario l’autonomia europea non costituirebbe necessariamente una rivolta contro l’America. Potrebbe diventare l’istituzione capace di conservare una parte dell’ordine transatlantico quando Washington non fosse più disposta a sostenerlo da sola.
Gli Stati Uniti rischiano di interpretare ogni crescita della sovranità europea come perdita d’influenza. Un continente permanentemente dipendente, tuttavia, rimane vulnerabile alla pressione russa, alle dipendenze cinesi e alle oscillazioni della stessa politica americana. Washington dichiara di volere un’Europa forte e capace di impedire che una potenza avversaria domini il continente; nello stesso documento strategico la immagina come un insieme di nazioni allineate, non come un soggetto politico autonomo. Questa tensione attraverserà il futuro dell’Alleanza.
Un’Europa capace di sostenere una quota reale della sicurezza comune potrebbe diventare il secondo centro di un Occidente trasformato: né periferia obbediente né concorrente ostile.
La Cina non rappresenta il successore inevitabile degli Stati Uniti. Possiede scala industriale, infrastrutture, capacità tecnologiche e credito. Il suo modello politico concentra il potere, limita l’alternanza e subordina il diritto alla continuità del partito. Molti Paesi vedono però in Pechino soprattutto un attore capace di finanziare e costruire senza accompagnare ogni investimento con la stessa retorica politica occidentale.
L’Europa non può rispondere limitandosi a impartire lezioni sui valori. Deve offrire tecnologia, investimenti, infrastrutture e accesso ai mercati senza costringere i partner a scegliere fra dipendenza economica e subordinazione politica.
Diventare un centro significa acquistare la forza necessaria per non dover scegliere il proprio tutore.
8. Ritrovare Machiavelli per non avere bisogno di Cesare
La tentazione più pericolosa nascerà se la crisi arriverà prima delle istituzioni.
Quando una comunità appare incapace di decidere, il comando personale si presenta come soluzione naturale. La paura trasforma la lentezza in colpa, il dissenso in tradimento e il vertice in salvezza.
Il Machiavelli necessario all’Europa non è quello ridotto a cinismo o astuzia del principe. È l’autore dei Discorsi, consapevole che la libertà politica dipende da istituzioni capaci di organizzare il conflitto, affrontare la necessità e produrre virtù pubblica prima che la fortuna imponga le proprie condizioni.
La politica europea non deve eliminare i particolarismi francesi, tedeschi, polacchi, italiani, spagnoli o britannici. Deve impedire che ciascuno di essi diventi un veto sulla sopravvivenza dell’insieme.
Non occorre una Washington europea né una capitale che assorba tutte le altre. Serve una costellazione policentrica nella quale le funzioni siano distribuite e sottoposte a un ordine comune.
Parigi e Londra possiedono capacità militari e nucleari; Berlino la massa economica e industriale necessaria a sostenerle. Varsavia conosce la vulnerabilità della frontiera, mentre Helsinki e Stoccolma hanno trasformato la resilienza civile in dottrina. Bruxelles e Strasburgo rappresentano il diritto, il negoziato e il controllo democratico; Roma, Atene, Madrid e Lisbona collegano il continente al Mediterraneo e all’Atlantico meridionale.
Nessuna di queste funzioni autorizza una gerarchia definitiva. La geografia delle capacità deve diventare cooperazione, non spartizione del comando.
Atene e Roma non definiscono la “vera Europa” né consegnano ai Paesi mediterranei un titolo di proprietà. Indicano due facoltà politiche che il continente deve riattivare.
Atene ricorda che il conflitto può essere tradotto in parola pubblica, che la persuasione è diversa dalla propaganda e che la decisione deve conoscere il limite tragico delle proprie conseguenze.
Roma mostra come la forza possa essere trasformata in diritto, cittadinanza, amministrazione e infrastruttura; la sua storia ricorda anche il prezzo della conquista, della gerarchia e dell’espansione imperiale.
L’Europa non deve riprodurre né la città egemone né l’impero. Può raccogliere la capacità di pensare il mondo e di dargli forma, rifiutando che ogni centro debba necessariamente diventare dominio.
La sua funzione possibile è quella di un centro di composizione: abbastanza forte da non essere spartito, abbastanza plurale da non trasformarsi in un’unica volontà imperiale; capace di decidere senza dimenticare il limite della forza.
Una potenza simile ha bisogno anche di istituzioni del lungo termine. Università, corpi intermedi, diplomazie, comunità religiose, centri di ricerca e autorità morali non comandano eserciti. Possono impedire che ogni scelta venga ridotta alla convenienza tattica e che il nemico presente venga immaginato come un essere da eliminare per sempre.
La politica alta comincia quando una comunità sa difendersi senza smettere di immaginare il mondo successivo alla difesa.
9. Dare forma alla pace
Il riarmo europeo è necessario.
Un continente incapace di proteggere territori, infrastrutture e libertà politiche affida il proprio diritto alla moderazione di chi possiede la forza.
L’aumento dei bilanci e della produzione non crea però automaticamente una potenza europea. Può generare ventisette riarmi nazionali, nuove dipendenze americane e coalizioni incapaci di sostenersi alla prima crisi.
Il precedente del 1954 mostra che una forza comune non nasce da un espediente tecnico. La soluzione del 1955 dimostra che una struttura intergovernativa può funzionare quando esistono un garante, un comando e una minaccia riconoscibili.
Il problema contemporaneo nasce dalla combinazione delle due lezioni.
L’Europa non possiede ancora una sovranità strategica e non può più dare per certo che la soluzione atlantica ereditata dal dopoguerra continui a funzionare nella stessa forma. Deve quindi europeizzare una parte crescente della responsabilità senza distruggere l’alleanza che continua a proteggerla.
La costituzione strategica proposta in queste pagine non pretende di essere una soluzione completa. Offre un criterio per distinguere la cooperazione dalla politica.
La PESCO condivide mezzi. Una costituzione dovrebbe distribuire poteri, responsabilità e limiti.
Senza mandato comune, comando definito, costi riconoscibili, controllo democratico e condizione di arresto, la crescita militare europea rimarrà una somma di capacità inserite in ordini decisi altrove.
La società da difendere non può essere definita semplicemente “occidentale”, collocando oltre i suoi confini nuovi barbari. È una società che assume la libertà politica come scelta, non come proprietà etnica; riconosce dignità agli ultimi e agli esclusi; utilizza tecnologia e mercato senza consegnare loro l’intera misura dell’uomo; conserva il dissenso senza perdere la capacità di decidere.
L’Europa non possiede naturalmente questa forma. La tradisce ogni volta che trasforma il diritto in doppio standard, la sicurezza in sorveglianza o la superiorità morale in alibi per i propri interessi.
Può però scegliere di sottoporre a quella forma la propria potenza.
Tre domande stabiliranno se avrà davvero trovato una direzione:
Chi decide?
Per quale società?
Verso quale pace?
Riguardano l’autorità, la vita che il riarmo dovrebbe proteggere e il momento nel quale la forza dovrà restituire spazio alla politica.
L’Europa sarà un centro quando saprà rispondere alle tre insieme.
La deterrenza può proteggerla dalla volontà altrui. Una politica capace di pensare il dopoguerra può impedirle di diventare simile alle potenze dalle quali vuole difendersi.
La pace avrà una forma quando la forza europea avrà finalmente uno scopo, una responsabilità e un limite.
Studi
Edward Fursdon, The European Defence Community: A History, Macmillan, 1980. Ricostruzione storica della Comunità europea di difesa, delle sue contraddizioni istituzionali e del fallimento della ratifica francese.
Frédéric Mérand, European Defence Policy: Beyond the Nation State, Oxford University Press, 2008. Analisi della formazione di un campo europeo della difesa nel quale apparati nazionali, istituzioni dell’Unione e culture professionali producono integrazione senza costituire ancora uno Stato federale.
Jolyon Howorth, Security and Defence Policy in the European Union, 2ª ed., Palgrave Macmillan, 2014. Studio dell’evoluzione della politica europea di sicurezza e difesa, delle sue capacità operative e della persistente distanza fra cooperazione militare e autorità politica.
Nicole Gnesotto (a cura di), EU Security and Defence Policy: The First Five Years (1999–2004), European Union Institute for Security Studies, 2004. Bilancio della prima fase della politica europea di sicurezza e difesa e delle tensioni fra autonomia europea, NATO e sovranità nazionali.
Sven Biscop, European Strategy in the 21st Century: New Future for Old Power, Routledge, 2019. Riflessione sulla possibilità di trasformare capacità economica, diplomatica e militare in una strategia europea riconoscibile.
Sten Rynning, NATO: From Cold War to Ukraine. A History of the World’s Most Powerful Alliance, Yale University Press, 2024. Storia dell’Alleanza atlantica, della sua struttura politica e militare e del ruolo americano nell’ordine di sicurezza europeo.
Lawrence Freedman, Strategy: A History, Oxford University Press, 2013. Genealogia della strategia come rapporto fra mezzi, fini, potere, coercizione e costruzione dell’ordine politico.
Riferimenti
Unione europea, Trattato sull’Unione europea, articoli 42 e 44. Capacità operativa dell’Unione, clausola di assistenza reciproca e possibilità per il Consiglio di affidare una missione a un gruppo di Stati membri disponibili e capaci.
EUR-Lex — articolo 42 · EUR-Lex — articolo 44
Consiglio dell’Unione europea, Permanent Structured Cooperation (PESCO). Quadro della cooperazione strutturata permanente e natura giuridicamente vincolante degli impegni assunti dagli Stati partecipanti.
Consilium — PESCO
NATO, The North Atlantic Treaty, articolo 5; Collective Defence and Article 5. Obbligo di assistenza fra alleati e responsabilità di ciascuno Stato nell’adottare le misure ritenute necessarie.
NATO — difesa collettiva e articolo 5
NATO, The Hague Summit Declaration, 25 giugno 2025. Impegno degli alleati a destinare entro il 2035 il 5% del PIL alla difesa e alla sicurezza: almeno il 3,5% alle capacità militari fondamentali e fino all’1,5% a infrastrutture, resilienza, innovazione e base industriale.
NATO — dichiarazione dell’Aia
European Defence Agency, Defence Data 2025–2026, 16 luglio 2026. Spesa per la difesa dei ventisette Stati membri pari a 418 miliardi di euro nel 2025 e previsione di 454 miliardi nel 2026.
EDA — Defence Data 2025–2026
Commissione europea e Alto rappresentante, Preserving Peace — Defence Readiness Roadmap 2030, 16 ottobre 2025. Obiettivi e tappe per la prontezza europea entro il 2030; proposta di quattro iniziative faro: Eastern Flank Watch, European Drone Defence Initiative, European Air Shield ed European Space Shield.
Commissione europea — Defence Readiness Roadmap 2030
Parlamento europeo, Archivi storici, Ad Hoc Assembly. Documentazione sulla Comunità politica europea progettata come corollario istituzionale della Comunità europea di difesa e arrestata dopo il rifiuto francese del 1954.
Archivi storici del Parlamento europeo
NATO, Germany’s Accession to NATO: 50 Years On, 6 maggio 2005. Ingresso della Repubblica federale tedesca nell’Alleanza il 6 maggio 1955 e integrazione della Germania occidentale nel sistema di difesa atlantico.
NATO — ingresso della Germania
Governo della Polonia, bilancio dello Stato per il 2026. Stanziamento complessivo di circa 200,1 miliardi di złoty per la difesa, pari al 4,81% del PIL previsto.
Gov.pl — bilancio 2026
Governo della Svezia, Defence Resolution 2025–2030. Oltre 170 miliardi di corone aggiuntive per la difesa militare e 37,5 miliardi per la difesa civile nel periodo 2025–2030.
Government.se — Total Defence 2025–2030
Governo della Spagna, dichiarazioni sull’impegno NATO del 2025. Posizione secondo cui il raggiungimento degli obiettivi capacitari concordati richiederebbe una spesa intorno al 2,1% del PIL, contestando l’applicazione uniforme del nuovo parametro del 5%.
La Moncloa — obiettivi capacitari e 2,1%
Commissione europea, European Critical Raw Materials Act. Dipendenza europea dalla Cina per il 97% del magnesio e per la raffinazione delle terre rare impiegate nei magneti permanenti.
Commissione europea — materie prime critiche
Consiglio dell’Unione europea, misure restrittive contro la Russia. Inserimento di imprese stabilite in Paesi terzi, comprese entità cinesi, fra i soggetti sottoposti a restrizioni per il sostegno al complesso militare-industriale russo e l’elusione dei controlli sui beni a duplice uso.
Consilium — sanzioni contro la Russia
Commissione europea, Türkiye Report 2025 e Serbia Report 2025, 4 novembre 2025. Rapporti sullo stato delle relazioni con l’Unione, sull’allineamento alla politica estera e di sicurezza comune e sui rapporti con Russia e Cina.
Türkiye Report 2025 · Serbia Report 2025
International Monetary Fund, Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves — Fourth Quarter 2025, 27 marzo 2026. Quote delle riserve mondiali denominate in dollari, euro e renminbi alla fine del 2025.
IMF — COFER 2025 Q4
Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Necessità, conflitto repubblicano, virtù civile e istituzioni capaci di impedire che la crisi produca un potere personale salvifico.
Carl von Clausewitz, Della guerra, libro I. Subordinazione della guerra al fine politico, attrito e rischio che il mezzo militare si emancipi dallo scopo che dovrebbe governarlo.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, libri I e III. Paura, interesse, potenza, dissoluzione del linguaggio comune e trasformazione morale prodotta dalla guerra.
Polibio, Storie, libro VI; Cicerone, De re publica e De legibus. Forma mista, diritto, cittadinanza e rapporto fra forza, istituzioni e durata dell’ordine politico.
English note
Written in Italian, this essay enters a European argument that cannot be contained by the language of budgets, procurement or military readiness. Europe is increasing defence expenditure, rebuilding industrial capacity and preparing for a harsher strategic environment. The unresolved question is not whether these capabilities are necessary, but which political authority may direct them, for what society and towards what peace.
The essay begins with three external pressures that do not carry the same meaning. Russia is the direct military antagonist; the United States remains Europe’s indispensable ally and nuclear guarantor; China is a systemic competitor connected to the continent through deep industrial and commercial interdependence. Their interests differ, yet all three can benefit from a Europe that remains strategically fragmented. Only Europeans can decide whether greater military capacity will reproduce dependence or become the material basis of political responsibility.
The historical hinge is the failure of the European Defence Community in 1954. The proposed common army exposed a constitutional truth: armed forces require a budget, a chain of command, democratic authorisation and a legitimate power capable of defining the purpose of force. When the supranational solution collapsed, the Atlantic order supplied what Europe could not create. West Germany recovered sovereignty and entered NATO under an American-centred structure that combined deterrence, command and political credibility.
That settlement did not merely protect Western Europe from the Soviet Union. It also contained rivalries among European states and allowed integration to proceed through markets, law and welfare without resolving the question of strategic sovereignty. The present rearmament is taking place as the United States asks Europeans to assume primary responsibility for their region while preserving the transatlantic alliance and shifting attention towards the Indo-Pacific and homeland defence. Europe is therefore strengthening the instruments of force before establishing an equivalent authority over their possible use.
No single threat map can organise the continent. Poland and the Baltic region read security through the Russian frontier. Finland and Sweden connect military defence to civil resilience and the continuity of society. France brings nuclear deterrence and a culture of intervention; Germany brings industrial and financial scale; the United Kingdom remains militarily essential outside the European Union. Southern states insist that the Mediterranean, energy, infrastructure, migration and social cohesion also belong to the definition of security. These differences are not temporary noise. They are the political material from which any European strategy must be built.
For this reason, the essay does not call for the immediate creation of a federal European army. It proposes the idea of a differentiated strategic constitution: an order established before the emergency that identifies who authorises a mission, who commands it, who pays, who shares the consequences, who exercises democratic control and under which conditions the operation must end. Differentiation may allow willing and capable states to act, but it becomes dangerous when a small group decides while the entire continent bears economic, cyber, political or military retaliation.
Strategic autonomy, in this argument, is not isolation from the United States and not the replacement of NATO by an improvised European structure. It may instead be the means through which Europeans preserve part of the transatlantic order when Washington is no longer willing to carry its general cost. A stronger European centre could remain allied with the United States without remaining permanently subordinate to the political cycle of a single external guarantor.
The Mediterranean makes the moral problem unavoidable. A continent that invokes law against Russian aggression and treats civilian devastation, occupation or political dispossession elsewhere as secondary weakens the order it claims to defend. Military credibility cannot compensate for the erosion of political consistency. Europe will not become a centre merely by possessing weapons; it will become one if it can bind force to law, responsibility and an imaginable order after the conflict.
The phrase peace without form names this gap. Deterrence may prevent aggression, but it cannot define the society worth defending or the settlement that should follow violence. The final questions are therefore constitutional rather than technical: Who decides? For which society? Towards which peace? Europe will have found a strategic form only when it can answer the three together.