Saggio 5 · Saggi sul presente

Il reale in modalità scorrimento

Liturgia dell’assenso, reputazione, morte civile

Pubblicazione: 26 febbraio 2026 · Autore: Alessandro Gentili

Copertina editoriale del saggio Il reale in modalità scorrimento di Alessandro Gentili

Il saggio

Ci chiedono di credere? No: ci chiedono di continuare.

Febbraio 2026. Vigilia permanente.

È notte, ma non è buio: è quella luce azzurra che non illumina, istruisce.

Lo schermo ti trattiene con la forza più efficace: quella che si presenta come comodità. Ti tiene sveglio come una candela moderna; misura, accompagna, suggerisce. Scorri senza guardare, guardi senza vedere. Una finestra si apre con la gentilezza di chi ha già deciso la forma della tua libertà: “Miglioriamo la tua esperienza”. Sotto, due possibilità. Una è laterale, grigia, piccola, quasi punitiva. L’altra è pulita, evidente, luminosa.

Accetta.

Il mondo riparte.

Poi un’altra richiesta: Consenti. Poi un’altra: Continua. Il dito obbedisce come un rosario pratico: la preghiera del presente non è più una frase, è un clic. Sopra, un trend che sale; sotto, un volto “verificato”; a lato, una reputazione in stelle, un punteggio in numeri, un badge come una grazia concessa. Ogni cosa arriva già accompagnata da un segnale: questo vale perché è passato; questo merita perché ha circolato; questo appare perché altri lo hanno scelto.

E intanto la promessa si ripete, sempre uguale, sempre credibile: il prossimo contenuto sarà quello giusto. Quello che ti capisce. Quello che ti precede. Quello che, con la naturalezza di un presagio, anticipa le tue volontà e le chiama “tuo desiderio”.

Il nostro tempo ospita il consenso prima ancora di produrlo. Lo prepara come ambiente, lo distribuisce come abitudine, lo rende gesto minimo. Il consenso smette di essere soltanto opinione, voto, adesione dichiarata. Diventa continuità comportamentale. Il potere contemporaneo preferisce rendersi ambientale: organizza la superficie, abbassa il costo del sì, alza il costo della pausa, trasforma l’interruzione in fastidio, il dissenso in complicazione, il silenzio in sospetto.

Qui si apre la vera questione: il gesto politico più diffuso del nostro tempo forse non è credere, votare, obbedire o desiderare. È continuare senza decidere.

Pasolini aveva intuito la sostanza di questa mutazione quando ancora la si poteva nominare senza vergogna: consumo, omologazione, lingua ridotta a gesto. La mutazione antropologica arriva come un’abitudine che diventa morale. Oggi quella morale ha cambiato veicolo. Passa dalle interfacce. La forma del desiderio viene impaginata, ordinata, suggerita, resa disponibile. E ciò che viene impaginato, col tempo, diventa vero.

La liturgia del sì

Debord ci aiuta perché parla di realtà che si fa scena e pretende di essere l’unica realtà autorizzata. Lo spettacolo non è il “troppo” delle immagini: è il mondo che diventa leggibile solo in forma di rappresentazione, e poi chiede di scambiare quella leggibilità con la verità.

Conta ciò che appare. Conta ancora di più ciò che fa fare. Il consenso, in questa grammatica, non è un “ti credo”: è un “ti seguo”. L’argomento perde peso davanti alla sua convertibilità in gesto: reaction, share, rating, “segui”. La politica si abbassa a impulso, l’etica a preferenza, la realtà a scorrimento.

La reputazione, allora, diventa un destino anticipato. Un punteggio che ti precede, un indice che parla al posto tuo, una sintesi che ti mette in fila. Le stelle descrivono una persona più che un servizio. Il badge certifica una legittimità prima ancora di una competenza. È un passaggio sottile e violentissimo: la dignità viene spostata dal volto alla metrica, dalla biografia al profilo, dalla relazione alla valutazione.

La persona smette di essere enigma e diventa interfaccia che deve “funzionare”. E quando l’interfaccia non funziona, si scarta.

Qui il controllo mostra la sua forma più raffinata. La sua estetica non è repressiva, è devozionale. Il sistema ha rubato al sacro una grammatica: ripetizione, attesa, promessa, rito. C’è una liturgia laica nello scorrere. Il feed non chiede attenzione: chiede fede. Fede che ciò che arriva, arrivando, sia già degno. Fede nel prossimo contenuto come si aveva fede nel prossimo giorno: un domani che non viene costruito, ma dispensato.

Il gesto minimo dell’assenso — accetta, consenti, continua — è un sacramento pratico: ti rimette nel flusso e ti dà accesso. Il no richiede fatica, tempo, competenza; quasi una colpa. La libertà viene tradotta nella sua forma più povera e più spendibile: scorrevolezza. Sei libero perché puoi andare avanti. Se ti fermi, diventi il problema.

Byung-Chul Han ha visto il rovescio psicologico di questa devozione: trasparenza come controllo, positività come sfruttamento, auto-esposizione come dovere. Qui il consenso diventa auto-adesione continua. Devi essere d’accordo con la tua stessa spendibilità. Devi sorridere all’obbligo di essere visibile. Devi dimostrare di partecipare anche quando partecipare significa soltanto restare collegato.

Il sistema non ti dice “credi”: ti dice “non interrompere”. E la continuità, col tempo, diventa virtù. Misurabile, premiabile, convertibile.

Il punto non è la vecchia propaganda. Il punto è l’aria. Un’aria fatta di segnali, premi, micro-colpe, micro-indulgenze. Una morale a bassa intensità che entra nella vita proprio perché somiglia alla normalità.

L’economia della continuazione

Sotto la superficie, però, c’è infrastruttura. Qui il consenso smette di essere persuasione e diventa probabilità.

Zuboff restituisce il fondo economico e operativo del nuovo assenso: prevedere, orientare, far avverare. Il consenso, qui, è una traiettoria resa più probabile di qualunque altra. Ti muovi dentro un corridoio di scelte dove una porta è spalancata e le altre sono strette, scure, faticose. La libertà resta formalmente intatta, come un’opzione non cliccata; l’ambiente fa già pressione sulla scelta.

Questa è l’economia della continuazione.

Il valore non nasce soltanto da ciò che compri, dici o pensi. Nasce dal fatto che resti. Resti nel flusso, resti visibile, resti misurabile, resti traducibile in comportamento futuro. La piattaforma non desidera semplicemente la tua attenzione: desidera la tua continuità. Ogni interruzione è una perdita. Ogni pausa è una fuga. Ogni uscita è una piccola diserzione.

Foucault e Deleuze aiutano a vedere il passaggio successivo. Il comando arretra, la struttura avanza. La piattaforma non ti ordina: ti dispone. Non ti vieta: ti orienta. Non ti definisce una volta per tutte: ti misura mentre passi, ti scompone in tracce, accessi, preferenze, probabilità. L’individuo viene trasformato in dividuo: fascio di dati, sequenza di gesti, traffico.

È una forma di esistenza ridotta a passaggio. E più passi, più produci. La vita diventa estrazione: un fluire che genera valore altrove, mentre tu lo chiami esperienza.

Qui compare la maschera più elegante: la neutralità progettata. Il progetto decide al posto nostro e poi si assolve dicendo che è “solo tecnologia”, “solo esperienza utente”, “solo ottimizzazione”. Ogni problema viene ridotto a funzione; ogni conflitto a bug; ogni scelta a settaggio. La politica viene disinnescata con un sorriso tecnico: si discute di interfacce invece che di fini. Si accetta singolarmente ciò che andrebbe deciso insieme. La cittadinanza non scompare: viene scomposta in preferenze.

Anche il dibattito pubblico viene piegato a questa forma. Le persone vengono nutrite di ciò che accende reazioni misurabili. L’argomento perde contro l’attivazione. La complessità perde contro l’istante. Quando la reazione diventa lingua dominante, la politica si riduce a fisiologia: stimolo-risposta. Il cittadino viene trattato come un utente da attivare.

La materia prima di questo regno è l’attenzione. Ma l’attenzione oggi è anche strumento di governo. Quando si frammenta, si frammenta anche il soggetto politico. Rimane il traffico: volume senza memoria, movimento senza responsabilità, presenza senza durata.

Qui la diagnosi diventa radicale: la tecnica è un modo di svelare il mondo. Se il mondo viene svelato come risorsa, tutto diventa disponibile: cose, relazioni, linguaggio, perfino l’umano. L’uomo smette di essere fine e diventa fondo: giacimento di dati, riserva di comportamenti, materia modellabile.

In questo orizzonte, il consenso è il gesto minimo che ti mantiene disponibile: un sì che non decide, ma concede accesso.

Morte civile

A questo punto la domanda cambia: che cosa diventa l’umano quando il consenso è aria e infrastruttura, liturgia e calcolo?

Cambia l’attenzione, che è la nostra forma di fedeltà al reale. Diventa intermittente, ansiosa, sfilacciata. E quando l’attenzione si sbriciola, si sbriciola la responsabilità: nessuno si sente autore dei propri sì, perché i sì avvengono “nel frattempo”, “mentre”, “per passare oltre”. Sciascia avrebbe riconosciuto qui una forma nuova di irresponsabilità: non più soltanto morale, ma strutturale. La verità resta impopolare perché è lenta. E il lento, nel tempo dello scorrimento, appare quasi indecente: una pretesa, una pedanteria, un difetto di adattamento.

Cambia il desiderio. Desideriamo rassicurazione, continuità, assenza di frizione. Desideriamo che il mondo ci confermi. Questa conferma viene somministrata in micro-dosi: segnali minuscoli che abituano più che nutrire. La solitudine diventa mercato. Ti si dà l’illusione della compagnia, non la compagnia. Ti si dà la parodia della comunità: un contatore di presenze senza presenza.

Cambia la paura. Bauman parlava di insicurezza come clima: un’aria che respiri finché la chiami “normalità”. In quel clima cerchi protezione. La protezione offerta oggi è procedurale: scelte suggerite, percorsi senza attrito, regole “per la tua sicurezza”. È un bene minimo che chiede in cambio una resa minima: lascia fare. E questa resa minima, sommata, diventa resa totale.

Qui entra un fatto, non una figura retorica: nel digitale l’invisibilità equivale a una morte civile. Essere invisibili significa diventare difficili da trovare, da credere, da assumere, da riconoscere come interlocutori. Non è esclusione da un salotto: è esclusione dalla possibilità di contare. Il mondo ti passa sopra senza nemmeno odiarti. E la sanzione perfetta è questa: non la punizione, ma l’irrilevanza.

È qui che si sente la stanchezza contemporanea, quella che Anders avrebbe chiamato vergogna prometeica: l’umano si percepisce in difetto davanti alla continuità delle macchine, alla loro perfezione senza esitazione. E allora cede. Cede perché è stanco. Lo scorrimento è la forma più docile della stanchezza: ti dà movimento senza decisione, compagnia senza relazione, futuro senza progetto.

Dissidenza della durata

Il tempo dello scorrimento trasforma anche l’indignazione in contenuto. Per questo non scriviamo per nutrire la macchina.

Siamo entrati nell’epoca in cui il consenso è predefinito e il dissenso deve giustificarsi. L’assenso diventa automatismo, la critica devianza. La reputazione pesa più della verità, perché la verità non ha contatore. La neutralità funziona come maschera: si governa senza assumersi la responsabilità di governare.

E noi accettiamo. Accettiamo per fretta, per stanchezza, per comodità morale. Accettiamo perché il no richiede tempo e il tempo ci è stato sequestrato. Accettiamo perché abbiamo imparato a vergognarci del pensiero lungo, come se fosse un difetto.

La chiusura non può essere un sermone. Se esiste una dissidenza praticabile — non eroica, non teatrale — è una dissidenza di profondità. Profondità come gesto materiale, non come parola nobile.

Ritornare complessi. Ritornare lenti. Ritornare capaci di sostare su ciò che non “rende” subito, su ciò che appare noioso perché non ha premio immediato. Una lentezza corposa, pesante, che ti costringe a camminare per la stanza: peripatetica, nel senso più aristotelico e più fisico, perché pensare è anche un corpo che cerca una forma.

E poi uscire. Riempire i caffè, le piazze, gli spazi comuni di frasi intere, di disaccordi sostenuti, di opinioni che non si disintegrano al primo urto. Non per nostalgia: per futuro. Perché senza corpi e senza durata, la parola pubblica diventa puro rumore reattivo.

Il digitale può tornare a essere ciò che aveva promesso: aiuto, servizio, comunicazione reale tra popoli e culture lontane. Ma oggi il suo cuore economico è un altro: trattenere. E trattenere significa ottenere consenso come ambiente prima ancora che come idea. Gli basta che il flusso continui.

La disciplina minima, allora, è questa: reintrodurre una frizione volontaria tra stimolo e assenso, e una disciplina del linguaggio che restituisca nomi veri alle cose. Non per dichiararsi fuori dal flusso, come se bastasse chiamarsi innocenti. Ma per imparare a distinguere: quando una comunità è davvero comunità e quando è soltanto folla; quando la trasparenza libera e quando sorveglia; quando la neutralità serve e quando occulta una decisione; quando la creatività apre una forma e quando diventa addestramento al prossimo contenuto.

La prima libertà, oggi, è semantica. La seconda è temporale: riprendersi il diritto alla durata.

Perché il consenso, nel nostro tempo, non è ciò che pensi: è ciò che fai senza accorgertene.

E chi accetta senza vedere, firma la propria resa.

Studi e riferimenti

Mutazione antropologica, lingua e consumo come potere: Pasolini. Verità impopolare, responsabilità diluita, opacità del potere: Sciascia. Modernità liquida e insicurezza come clima: Bauman. Spettacolo come forma del reale: Debord. Psicopolitica, trasparenza, auto-sfruttamento: Byung-Chul Han. Capitalismo della sorveglianza, predizione e orientamento dei comportamenti: Zuboff. Governo delle condotte e normalizzazione: Foucault. Società del controllo e “dividui”: Deleuze. Critica del soluzionismo tecnologico e della neutralità progettata: Morozov. Pubblici in rete e deformazione algoritmica del dibattito: Tufekci. Mercato dell’attenzione: Tim Wu. Tecnica come modo di svelare il mondo: Heidegger. Stanchezza e vergogna prometeica davanti alla perfezione delle macchine: Günther Anders.

Riferimenti

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari; Lettere luterane.
Guy Debord, La società dello spettacolo.
Byung-Chul Han, Psicopolitica; La società della trasparenza.
Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism.
Michel Foucault, Sorvegliare e punire; Sicurezza, territorio, popolazione.
Gilles Deleuze, Post-scriptum sulle società di controllo.
Evgeny Morozov, To Save Everything, Click Here.
Zeynep Tufekci, Twitter and Tear Gas.
Tim Wu, The Attention Merchants.
Martin Heidegger, La questione della tecnica.
Günther Anders, L’obsolescenza dell’uomo.
Zygmunt Bauman, Modernità liquida.
Leonardo Sciascia, A futura memoria.