
Il saggio
Febbraio 2026. Vigilia.
C’è un reparto che a febbraio diventa un tempio: carta rossa, cuori seriali, promozioni a forma di promessa. La poesia è pretagliata: “per sempre”, “amore”, “tu ed io”. Sotto, codici a barre e sconti a tempo. Nel carrello di qualcuno scivolano cioccolatini, un peluche ridicolo, un vino “da occasione”. Nel telefono, intanto, scorrono due notizie: la stessa foto ripetuta dieci volte, e l’ennesimo aggiornamento su un caso di potere e abuso che non finisce mai davvero. Un like, una notifica, un “ti manca”. Il corpo è qui; la mente altrove.
Fuori dal supermercato le coppie camminano vicine ma non insieme: una mano stringe l’altra, l’altra mano stringe lo schermo. Si entra nel rito con l’aria di chi deve “fare qualcosa” per non scontentare nessuno. L’amore come adempimento.
Tesi
Il sesso, oggi, non è liberato: è amministrato.
Non è moralismo. È diagnosi. Il nostro tempo non ti proibisce: ti offre. Non ti nega: ti serve. Non ti punisce: ti misura. E proprio perché ti misura, ti governa.
L’epoca ha imparato una furbizia storica: ha trasformato la liberazione in mercato. Ha preso la carica eversiva dell’eros e l’ha resa compatibile. L’ha impacchettata, resa contenuto, resa spettacolo, resa identità. Ha fatto del desiderio un dato e del corpo un’interfaccia. Così il sesso non è più un rischio: è un canale.
Nemico concettuale
Il nemico non è “la pornografia”, non è “la morale”, non è “la libertà”. Il nemico è la logica che scambia il desiderio per un servizio: accessibile, disponibile, ottimizzabile, intercambiabile. È l’idea che l’intimità sia una prestazione e l’altro un mezzo per confermare te stesso.
Che cos’è il dispositivo
Marcuse lo aveva visto in anticipo, con una chiarezza che oggi fa male. La civiltà industriale, diceva, non reprime soltanto: organizza. Sposta l’energia, la canalizza, la rende utile. Ti lascia qualche valvola di sfogo, purché non tocchi il cuore della macchina. L’eros, se resta soltanto sfogo, diventa perfino funzionale: ti tiene in piedi, ti toglie rabbia, ti restituisce docilità.
La promessa del ’68 era: liberare il corpo. Il risultato, spesso, è stato: rendere il corpo compatibile con la produzione e con il consumo. Non più desessualizzazione “puritana”, ma sessualizzazione industriale: tutto erotico, nulla intimo. Tutto disponibile, nulla sacro. Il principio di piacere non vince sul principio di realtà: viene assorbito nel principio di prestazione. Devi desiderare “bene”, devi amare “bene”, devi fare sesso “bene”, devi mostrarti “bene”. Devi funzionare.
E qui entra una parola avvelenata: virtù.
Pareto chiamava “mito virtuista” la trasformazione della moralità in teatro: un linguaggio di purezza che serve a coprire, non a capire. Il virtuosismo non è etica: è reputazione. È l’ipocrisia che si mette il vestito buono e pretende applausi. Da noi, questa macchina è particolarmente efficiente: la morale come cerimonia pubblica e la trasgressione come privilegio privato. Una doppia vita resa sistema.
Tre prove
1) Prova culturale: Marcuse, De Sade, Pasolini
In Eros e civiltà, Marcuse immagina un punto scandaloso: il corpo non è un pezzo di carne da disciplinare, è un campo più vasto di quanto l’ordine economico tolleri. Se il corpo ha “zone erogene ovunque”, allora la vita non può essere ridotta a produzione. La libido, liberata davvero, non è intrattenimento: è trasformazione delle istituzioni. Qui la fantasia e l’utopia non sono fuga: sono politica.
Ma la storia ha risposto con una torsione: ha lasciato correre i simboli e ha blindato le strutture. Ha concesso l’immaginario e ha trattenuto la realtà.
Qui Marcuse convoca Orfeo e Narciso: non come miti decorativi, ma come figure di un eros non produttivo. Orfeo non “produce”: accorda. Narciso non “consuma”: contempla. Sono due scandali per una civiltà che misura tutto in rendimento. E infatti il sistema non li distrugge frontalmente: li riduce a posa, li rende estetica, li mette in vetrina.
Wilhelm Reich, in un’altra lingua e con altre ossessioni, aveva intuito un punto simile: una sessualità “liberata” senza libertà sociale rischia di diventare solo un’altra catena. Il corpo può essere sciolto e, nello stesso tempo, amministrato.
De Sade, invece, ci dà la radiografia più nera del potere: non il sesso come amore, ma il sesso come regola infranta “perché posso”. Il castello non è solo un luogo: è una posizione. È la distanza tra chi decide e chi subisce. Nel sadiano la trasgressione non è libertà: è gerarchia portata all’estremo.
Pasolini fa il gesto più duro: prende De Sade e lo rovescia nel nostro Novecento. Salò non è un film “sul sesso”: è un film sul potere che si diverte. Il punto non è lo scandalo: è la struttura. I corpi ridotti a materiale, la lingua ridotta a comando, l’umiliazione trasformata in procedura. La modernità, quando diventa sistema, non ha bisogno di essere oscena: le basta essere efficiente.
2) Prova sociale: Epstein, San Valentino, l’eros come piattaforma
Il caso Epstein non è interessante per il gossip; è interessante perché mette in luce una dinamica costante: dove c’è potere, il sesso può diventare moneta, ricatto, rituale di appartenenza. Non serve entrare nei dettagli: basta l’idea. Il privilegio non infrange soltanto le regole: spesso costruisce un luogo dove le regole non valgono. Un “castello” contemporaneo fatto di jet, inviti, reti, silenzi, complicità.
E dall’altra parte, il lato “innocente”, c’è San Valentino: la festa che dovrebbe ricordare la poesia dell’amore e che noi abbiamo trasformato in reparto commerciale. Non è una colpa individuale. È un dispositivo collettivo: ti insegna che amare significa comprare, dimostrare, postare. Che l’intimità è un evento. Che il sentimento ha una scadenza.
La piattaforma completa l’opera: desiderio come swipe, corpo come profilo, intimità come logistica. Il sesso diventa accesso; l’amore diventa performance; la solitudine diventa abbonamento.
3) Prova intima: la complicità quotidiana
Qui non posso fingere di essere fuori. Anche io ho sentito la tentazione di misurare: un messaggio che tarda e diventa ansia; un gesto non ricambiato e diventa giudizio; una relazione che attraversa l’algoritmo e ne prende il ritmo. Anche io ho visto come la velocità mangia la cura.
Il solipsismo non è egoismo gridato. È più sottile: è l’altro ridotto a specchio. Non lo incontro: lo uso per verificarmi. Non lo ascolto: lo consumo. E quando non mi serve più, lo sostituisco. Non perché sono cattivo: perché sono addestrato.
Invettiva controllata
Ci hanno venduto una libertà sessuale senza libertà emotiva.
Ci hanno dato corpi ipervisibili e anime analfabete.
Ci hanno insegnato a “esprimere tutto” e a sentire niente fino in fondo.
Ci hanno promesso trasgressione e ci hanno dato mercato.
Ci hanno promesso autenticità e ci hanno dato reputazione.
E intanto il potere continua a fare ciò che ha sempre fatto: prendere. Prendere corpi, tempo, attenzione. E chiamarlo “scelta”.
Eresia: cosa rifiutare, cosa salvare
Rifiutare la riduzione dell’eros a consumo.
Rifiutare l’intimità come prestazione.
Rifiutare la morale come teatro.
Salvare invece una cosa antica e oggi rivoluzionaria: la responsabilità del desiderio. Non “il controllo”, ma la cura. Non la censura, ma la forma.
Veneziani ha parlato di nostalgia del sacro: non come ritorno confessionale, ma come perdita di verticalità, limite, promessa. Evola ha talvolta intercettato una doppia trappola moderna: l’ossessione del sesso e il moralismo sul sesso. Qui non si prende il sistema, né la cornice ideologica. Si prende un’intuizione e la si libera dalla sua gabbia: restituire al sesso una metafisica minima. Non nel senso di purezza, ma di limite, promessa, rispetto. Perché il desiderio non chiude il mondo nel corpo: apre nel corpo altri mondi.
Che fare? (un metodo praticabile)
Non ho ricette: le ricette sono già mercato. Ho una disciplina minima, quasi offensiva per quanto è semplice. Ogni tanto disertare l’algoritmo e scegliere l’incontro che costa, quello che non produce contenuti. Rallentare l’intimità, perché la velocità trasforma l’altro in un servizio. Ridare parola al consenso non come burocrazia, ma come cura: dire, chiedere, ascoltare, fermarsi. Proteggere la poesia con gesti non misurabili: una presenza che non chiede ritorno, una parola che non diventa prova, un silenzio che non diventa strategia. E coltivare una comunità sobria: amicizie, luoghi, libri, conversazioni che ti ricordino che l’altro non è un mezzo.
Chiusura
Il sesso resta un campo politico perché è il punto in cui il potere tenta di entrare nella carne senza farsi vedere.
La resistenza, oggi, non è tornare indietro: è tornare umani.
Non è purificarsi: è smettere di funzionare anche quando “funzionare” sembra l’unica via.
E se San Valentino deve significare qualcosa, che significhi questo: l’amore non è un reparto.
È una scelta che costa.
Studi e riferimenti del saggio
Studi (cornice teorica, non citazioni dirette)
Michel Foucault, La volontà di sapere (Storia della sessualità I); Byung-Chul Han, L’agonia dell’Eros; Eva Illouz, Perché l’amore fa soffrire; Zygmunt Bauman, Amore liquido; Georges Bataille, L’erotismo.
Riferimenti (testi e opere richiamate)
Herbert Marcuse, Eros e civiltà; L’uomo a una dimensione. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari; Lettere luterane; Salò o le 120 giornate di Sodoma (film, 1975). D. A. F. de Sade, Le 120 giornate di Sodoma; La filosofia nel boudoir.
Wilhelm Reich, La rivoluzione sessuale; Psicologia di massa del fascismo. Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale (sul “mito virtuista”).
Marcello Veneziani, Nostalgia degli dèi. Julius Evola, Metafisica del sesso (lettura critica). Julie K. Brown, Perversion of Justice.
Saggio precedente: Governi senza firma: rapsodicità politico-culturale europea.