Guida 33 · Cerchi d’inchiostro

Carl von Clausewitz — Guerra, politica e limiti della forza

La guerra è relazione fra volontà avverse.

Copertina illustrata di Carl von Clausewitz: il teorico prussiano osserva una campagna militare fra mappe, eserciti e fumo.

Introduzione — Quando il mezzo incontra un'altra volontà

Dallo scopo politico all'attrito della guerra reale: come una decisione incontra il caso, la resistenza dell'avversario e il problema della pace.

Una decisione politica può indicare un obiettivo, riunire risorse, nominare un avversario e affidare alle armi il compito di piegarne la volontà. Da quel momento, tuttavia, la decisione entra in un mondo che non le obbedisce completamente. L'avversario reagisce; le informazioni arrivano tardi, male o in contrasto fra loro; la fatica modifica le capacità degli uomini; il tempo consuma le forze. Un successo può aprire problemi imprevisti. Una vittoria sul campo può lasciare irrisolto il motivo per cui si è combattuto.

Carl von Clausewitz dedica la propria vita a comprendere questa distanza. Ufficiale prussiano, testimone della sconfitta del suo Stato e delle campagne contro Napoleone, elabora una teoria della guerra capace di tenere insieme ciò che spesso viene separato: la forza e lo scopo, la decisione e la resistenza della realtà, il calcolo e l'incertezza, il combattimento e la pace.

La domanda attraversa ancora il nostro tempo: che cosa accade quando la politica ricorre alla violenza organizzata, ma scopre di non poterne determinare interamente il corso?

Per rispondervi, Clausewitz cerca la struttura della guerra nelle sue forme più diverse. La guerra è relazione fra volontà avverse; per questo ogni azione modifica le condizioni dell'azione successiva. Le sue categorie, lette con attenzione alla storia e ai limiti dell'opera, aiutano a interrogare una tentazione ricorrente: credere che la disponibilità di mezzi sempre più potenti renda automaticamente più chiaro lo scopo per cui vengono impiegati.

Clausewitz in breve

Chi era. Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (Burg, 1780 – Breslavia, 1831) fu un ufficiale prussiano e uno dei più influenti teorici della guerra. Partecipò alle guerre contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica, visse la sconfitta prussiana del 1806, operò nelle riforme militari e combatté anche al servizio della Russia contro Napoleone.

Opera principale. Vom Kriege (Della guerra), pubblicata postuma in tre parti fra il 1832 e il 1834 grazie al lavoro di Marie von Clausewitz. È un'opera di otto libri, rimasta incompiuta nella revisione progettata dall'autore.

Idea centrale. La guerra è un mezzo della relazione politica. Il suo svolgimento, però, dipende dall'interazione fra avversari, forze morali, probabilità, caso, attrito e finalità differenti.

Concetti da conoscere. Scopo politico, obiettivo militare, guerra reale, tendenza agli estremi, attrito, incertezza, trinità delle tendenze, centro di gravità, strategia, tattica, forza della difesa e punto culminante dell'offensiva.

Perché leggerlo oggi. Per distinguere la capacità di infliggere danno dalla capacità di conseguire un risultato politico; per riconoscere i limiti delle previsioni; per domandarsi quale ordine possa seguire a una vittoria.

Perché Clausewitz è importante

Clausewitz porta la teoria della guerra oltre la ricerca di regole universali per vincere le battaglie. Il suo oggetto è la guerra nel suo insieme: un'attività umana, storica e politica in cui il combattimento acquista significato attraverso gli scopi che lo orientano. La teoria deve chiarire le relazioni, affinare il giudizio, rendere visibili le condizioni di una decisione. Un insieme di prescrizioni rigide lascerebbe fuori ciò che nella guerra conta di più: la variabilità delle situazioni e l'opposizione di una volontà capace di reagire.

La riflessione nasce da un'esperienza storica precisa. Le guerre della Rivoluzione francese e dell'Impero napoleonico hanno mobilitato risorse, passioni e partecipazione collettiva su una scala che mette in crisi le pratiche dell'antico sistema europeo. Clausewitz vede nella trasformazione della politica anche una trasformazione della guerra. È un punto essenziale: l'intensità del conflitto non dipende soltanto da armi e generali, ma anche dalla natura delle energie politiche e sociali che lo alimentano.

La sua importanza risiede inoltre nel metodo. Distingue il modello astratto dalla situazione reale, l'obiettivo militare dal fine politico, la possibilità di un'azione dalla sua opportunità. La guerra appare allora come una prova severa dei limiti del governo umano degli eventi.

Il problema umano — Decidere senza possedere l'esito

Un essere umano può prendere una decisione sulla base di ragioni, interessi e conoscenze. Non può assicurarsi che il mondo risponda secondo il disegno immaginato. Nella guerra questa condizione si manifesta con particolare violenza: decidere significa esporre vite a conseguenze che nessuna previsione può contenere interamente.

Clausewitz studia il giudizio in un campo dove il tempo necessario a sapere può essere maggiore del tempo disponibile per agire. Il comandante deve discriminare informazioni incerte, valutare la resistenza dell'avversario, sostenere il peso della responsabilità. Anche l'autorità politica che stabilisce lo scopo resta dentro questa incertezza. La decisione non diventa meno politica perché ricorre alle armi; diventa più esposta alle conseguenze di un mezzo che possiede proprie condizioni e rischi.

Qui si apre una questione civile che eccede la teoria militare: quale responsabilità conserva chi decide, quando l'incertezza è parte costitutiva della decisione stessa? Una risposta prudente non identifica responsabilità e onniscienza. Chiede piuttosto di esaminare la qualità dello scopo, la proporzione delle risorse impegnate, i segnali che impongono di correggere la scelta e la capacità di riconoscere quando il mezzo smette di servire il fine.

Quest'ultima formulazione è una lettura di Cerchi d'inchiostro; Clausewitz fornisce le categorie analitiche, non una dottrina contemporanea della responsabilità pubblica.

Vita essenziale

1780. Nasce a Burg, vicino a Magdeburgo, in una famiglia dalle risorse limitate, legata all'ambiente militare prussiano.

1792–1794. Entra giovanissimo nell'esercito; partecipa alle campagne contro la Francia rivoluzionaria, fra cui l'assedio di Magonza.

1801–1803. Approfondisce la formazione militare a Berlino nell'ambiente di Gerhard von Scharnhorst, destinato a esercitare su di lui un'influenza durevole.

1806. Vive la disfatta prussiana di Jena-Auerstedt; viene fatto prigioniero dopo la campagna, insieme al principe Augusto di Prussia, del quale è aiutante.

1808–1812. Rientra in Prussia e partecipa all'ambiente delle riforme militari. Opera nell'insegnamento e nell'istruzione del principe ereditario. Nel 1810 sposa Marie von Brühl.

1812–1813. Di fronte all'alleanza forzata della Prussia con Napoleone, lascia il servizio prussiano per quello russo. Svolge un ruolo importante nei contatti che accompagnano la convenzione di Tauroggen, nel dicembre 1812, e partecipa alla guerra contro l'Impero francese.

1815. Tornato nell'esercito prussiano, è capo di stato maggiore del III corpo comandato da Johann von Thielmann e prende parte alla campagna di Waterloo, in particolare alle operazioni di Ligny e Wavre. Non comanda la battaglia di Waterloo.

1818–1830. È direttore della scuola generale di guerra di Berlino, incarico prevalentemente amministrativo che gli lascia ampio spazio per la ricerca e la scrittura.

1827. Redige una nota programmatica decisiva sulle forme della guerra e sulla necessità di rivedere il manoscritto di Vom Kriege.

1830–1831. Conclude l'incarico presso la scuola; nell'agosto 1830 diventa ispettore della seconda ispezione d'artiglieria a Breslavia. Nel marzo 1831 è nominato capo di stato maggiore dell'armata prussiana di osservazione comandata da Gneisenau, sul confine polacco. La morte di Gneisenau, colpito dal colera, segna gli ultimi mesi del suo servizio. Rientrato a Breslavia, Clausewitz muore il 16 novembre 1831, durante l'epidemia. L'attribuzione al colera è attestata dalle testimonianze dell'epoca; la precisione retrospettiva della diagnosi è stata discussa.

1832–1834. Escono i tre volumi di Vom Kriege, curati da Marie von Clausewitz. La pubblicazione degli altri scritti postumi prosegue negli anni successivi.

La vita che illumina l'opera

La sconfitta che incrina una certezza

L’esercito prussiano del 1806 porta con sé il prestigio di Federico II e l’idea di una tradizione militare solida. Le sconfitte di Jena e Auerstedt mostrano quanto un’organizzazione possa continuare a pensare con categorie diventate insufficienti rispetto alla guerra che deve affrontare. Clausewitz ne ricava un'esperienza destinata a incidere sul suo modo di pensare: i precedenti non garantiscono una risposta, la disciplina non sostituisce la comprensione del cambiamento storico.

Il rapporto con Scharnhorst colloca questo trauma dentro un progetto di rinnovamento. La formazione degli ufficiali, la riorganizzazione delle forze, il rapporto fra società e difesa dello Stato diventano parte della stessa domanda: come può una comunità politica reagire quando scopre che i propri strumenti sono insufficienti?

Il 1812: fedeltà allo Stato e opposizione alla sua scelta

Quando la Prussia deve sostenere la campagna napoleonica contro la Russia, Clausewitz sceglie il servizio russo. Il gesto è una frattura nella carriera e un episodio rivelatore: giudica la situazione politica del proprio paese diversamente dalla linea seguita dal sovrano. La biografia mette in luce quanto sia complesso parlare di «primato della politica» senza domandarsi quale politica, definita da chi e per quali fini.

La campagna di Russia aggiunge un'esperienza cruciale della distanza fra progetto e realizzazione: grandi masse di uomini, spazi enormi, logistica, clima, resistenza, consumazione delle forze. Sarebbe improprio far derivare l'intera teoria dell'attrito da un solo episodio; è però difficile comprendere la sensibilità clausewitziana alla guerra reale senza la densità di quelle esperienze.

Marie von Clausewitz: la vita dell'opera oltre l'autore

Marie, nata contessa von Brühl, conosce il mondo intellettuale e politico prussiano ed è interlocutrice partecipe della vita di Carl. Dopo la sua morte sostiene concretamente la trasmissione del manoscritto, ne organizza la pubblicazione e ne introduce la prima edizione. Nella prefazione del 1832 spiegò inoltre come il fratello avesse ritrovato una revisione parziale del primo libro, poi inserita nelle sezioni corrispondenti, e ricordò l'assistenza del maggiore O'Etzel nella correzione delle bozze e nella preparazione delle carte. Nel 1834 una seconda prefazione accompagnò la conclusione della pubblicazione di Vom Kriege: sono decisioni e testimonianze concrete che rendono inseparabili storia del manoscritto e storia della sua trasmissione.

Gli studi di Vanya Eftimova Bellinger, fondati anche sul carteggio fra i coniugi, restituiscono spessore al suo ruolo. È necessario distinguerne la funzione attestata di custodia, organizzazione e curatela da ipotesi più forti di coautorialità che richiederebbero prove specifiche. Il punto documentabile è già essenziale: senza questo lavoro, Della guerra non sarebbe arrivata ai lettori nella forma in cui la tradizione l'ha conosciuta.

L'Europa di Napoleone e la crisi della Prussia

Nel Settecento europeo la guerra fra monarchie dispone spesso di eserciti professionali, di logiche diplomatiche dinastiche e di obiettivi territoriali circoscritti. La Rivoluzione francese modifica i rapporti fra Stato, popolazione e mobilitazione militare; Napoleone conferisce a queste trasformazioni una potenza operativa straordinaria. Le campagne diventano più rapide e capaci di produrre conseguenze politiche radicali, fino alla dissoluzione di precedenti assetti statuali.

Clausewitz non descrive una sostituzione semplice e definitiva: anche nel passato vi erano state guerre feroci e guerre con partecipazione popolare; nel suo tempo continuano a esistere obiettivi limitati e coalizioni riluttanti. Ciò che lo interessa è la varietà storica del fenomeno. La stessa parola, «guerra», comprende forme differenti a seconda delle motivazioni, dell'organizzazione politica e dell'energia che una società è disposta a impegnare.

Napoleone diventa per lui un laboratorio storico. Le sue vittorie, l'uso della concentrazione e della manovra, la capacità di imporre decisioni e i limiti incontrati in Spagna e in Russia permettono di pensare insieme la grandezza di un apparato e la sua esposizione alla resistenza. La Prussia, sconfitta e riformata, è l'altro laboratorio: una potenza costretta a riconoscere che la riorganizzazione militare richiede mutamenti nelle istituzioni, nella formazione e nella partecipazione.

Il problema contemporaneo non nasce da una somiglianza superficiale con quelle guerre. Riguarda la relazione profonda fra trasformazioni politiche e forme del conflitto: l'apparato militare di un'epoca rivela qualcosa del modo in cui quella società organizza la volontà collettiva.

Cerchi disciplinari

Storia. Clausewitz è inseparabile dalle guerre rivoluzionarie e napoleoniche, dalla crisi dell'ordine europeo e dalle riforme della Prussia. Le campagne sono fonti di conoscenza e casi da interpretare, non una sequenza celebrativa di imprese.

Filosofia politica. L'uso della forza solleva il problema della finalità: quali decisioni restano politiche quando cambiano gli strumenti e quanto la politica stessa viene modificata dalla guerra? In questo quadro le parole «governo», «Stato» e «politica» non sono automaticamente equivalenti.

Teoria della conoscenza. Informazioni incomplete, probabilità e errore rendono la decisione un esercizio di giudizio situato. La teoria deve educare l'intelligenza, senza pretendere di eliminare ciò che resta incerto.

Scienze dell'organizzazione. La guerra mostra sistemi composti da molte parti umane, materiali e temporali, in cui un difetto locale può modificare l'azione complessiva. Il confronto con altri campi è possibile solo come analogia circoscritta: la guerra porta con sé violenza e perdita di vite, che impediscono trasferimenti facili.

Relazioni internazionali. Alleanze, deterrenza, escalation, obiettivi territoriali e negoziazione interrogano il nesso fra coercizione e ordine. Clausewitz offre una grammatica per formulare domande; i mutamenti del diritto internazionale e delle tecnologie impongono strumenti storici ulteriori.

Etica pubblica. Il testo non formula una teoria dei diritti umani o delle norme umanitarie contemporanee. Permette tuttavia di discutere la responsabilità di chi usa mezzi militari quando il fine dichiarato diventa incerto e il costo umano resta concreto.

Le opere e il problema del testo incompiuto

Vom Kriege — Della guerra

L’opera maggiore si articola in otto libri: natura della guerra, teoria della guerra, strategia in generale, combattimento, forze armate, difesa, attacco e piano di guerra. I primi tre volumi furono pubblicati tra il 1832 e il 1834, nell’edizione postuma curata da Marie von Clausewitz. La loro sequenza non corrisponde a un sistema definitivamente rifinito.

Una nota datata 10 luglio 1827 annuncia un lavoro di revisione dell’intero manoscritto. Clausewitz intendeva rendere più chiara, nell’argomentazione, la distinzione fra guerre rivolte a rendere l’avversario incapace di resistere e guerre orientate a obiettivi circoscritti, per esempio conquiste da conservare o da utilizzare nella trattativa di pace. Lo stesso autore ammette passaggi e transizioni fra le due tendenze. Questa distinzione riguarda gli scopi perseguiti e i caratteri effettivi delle guerre; non coincide semplicemente con il contrasto filosofico tra guerra astratta e guerra reale.

Un’altra nota, senza data certa, dichiara compiuto soltanto il primo capitolo del primo libro e descrive ampie parti della stesura come bisognose di ripensamento. Michael Howard e Peter Paret hanno ritenuto plausibile collocarla intorno al 1830, anche sulla scorta della testimonianza di Marie, leggendola come indicazione tarda sullo stato del lavoro. Azar Gat ne ha invece proposto una datazione anteriore al luglio 1827; Hew Strachan ha discusso criticamente la cronologia e le sue conseguenze. Se la nota senza data fosse precedente, quella del 1827 rappresenterebbe una svolta teorica intervenuta dopo la difficoltà di rendere conto delle guerre a scopi limitati; se fosse successiva, testimonierebbe soprattutto la distanza tra il programma di revisione e il manoscritto lasciato incompiuto. La controversia modifica dunque il peso da attribuire alle diverse formulazioni, senza permettere di trasformare un solo capitolo nella soluzione definitiva di tutte le tensioni del libro.

Ne deriva un criterio di lettura: le categorie di Clausewitz acquistano precisione se si segue il loro sviluppo da un libro all’altro e se si rispetta la natura incompiuta dell’insieme. Della guerra forma il giudizio di chi legge attraverso concetti e storia; l’interesse dell’opera eccede la ricerca di istruzioni operative.

I principi della guerra

Lo scritto del 1812 comunemente noto come I principi della guerra fu preparato per completare l’istruzione militare del principe ereditario Federico Guglielmo. Ha destinatario, scopo pedagogico e forma più prescrittiva rispetto all’opera maggiore. Può illuminare lo sviluppo del pensiero di Clausewitz, purché non venga presentato come compendio definitivo di Della guerra.

Le campagne, la guerra di popolo, gli scritti politici

Gli studi sulle campagne del 1796, 1799, 1812, 1813 e 1815 mostrano un autore che mette continuamente alla prova i concetti attraverso la ricostruzione degli eventi. Particolare importanza hanno le lezioni sulla piccola guerra tenute fra il 1810 e il 1811, la riflessione del 1812 sulla resistenza alla dominazione napoleonica e i testi sull’armamento popolare. Questi materiali documentano un interesse precoce per la guerriglia e le forme irregolari di conflitto, assai prima delle interpretazioni novecentesche della guerra partigiana.

Le lettere e le note teoriche completano il quadro della ricerca, ma richiedono attenzione alla loro collocazione cronologica e alle modalità della pubblicazione postuma.

Il fine e il mezzo — Quando la politica affida qualcosa alla guerra

Modulo proprietario I Fondamento: Della guerra, I, 1 e VIII, 6.

La proposizione più celebre di Clausewitz descrive la guerra come una continuazione della politica attraverso altri mezzi. Il significato della formula emerge dalla relazione fra i contendenti: la guerra appartiene a un rapporto politico già esistente, che la scelta delle armi trasforma senza cancellarlo. Per questo i fatti militari devono essere valutati anche attraverso le intenzioni, gli interessi e le condizioni politiche che li producono.

La parola tedesca Politik impone una cautela. Può indicare tanto il processo politico quanto gli orientamenti e gli scopi di un governo; tradurla soltanto come politica pubblica o come decisione dell’apparato esecutivo impoverisce la teoria. Nel libro VIII, capitolo 6B, Clausewitz ricorre alla nozione di politischer Verkehr, la relazione politica che continua anche durante la guerra con l'intervento di altri mezzi: la guerra possiede una grammatica propria, mentre la logica dei suoi fini resta politica. Inoltre il fine dichiarato non rimane necessariamente stabile. Una guerra modifica il rapporto di forze, crea nuovi impegni, coinvolge altri soggetti e può cambiare la valutazione di ciò che si cerca.

Lo scopo politico riguarda il risultato che si vuole ottenere attraverso la guerra: una concessione, un assetto territoriale, una condizione di sicurezza, una determinata pace. L’obiettivo militare individua invece i risultati che le forze armate devono conseguire affinché lo scopo possa essere raggiunto. La conquista di una posizione può essere militarmente significativa e politicamente irrilevante; una vittoria può diventare controproducente se rende più difficile l’accordo per il quale si è combattuto.

Da qui nasce un problema che non si lascia risolvere con la semplice formula della subordinazione. Chi governa deve giudicare il valore di un obiettivo alla luce di ciò che accade; chi conduce la guerra deve comprendere le finalità politiche, pur operando in condizioni che nessuna volontà politica governa integralmente. La guerra resta politica anche quando altera la politica che l’aveva iniziata.

Lettura di Cerchi. La responsabilità dello scopo esige una verifica continua della proporzione fra fini dichiarati, mezzi impiegati e risultati possibili. È una proposta di lettura civile fondata sull’analisi clausewitziana; la liceità della guerra e le norme di protezione delle persone richiedono criteri ulteriori.

L'attrito — La distanza fra il piano e ciò che accade

Modulo proprietario II Fondamento: Della guerra, I, 7; I, 4–6.

Nel piano tutto sembra disporre di un posto preciso: un ordine raggiungerà il destinatario, un reparto percorrerà una distanza, un rifornimento arriverà in tempo. Il mondo reale interrompe continuamente questa chiarezza. Una strada è impraticabile, un messaggio non arriva, un reparto è esausto, una voce si diffonde prima che qualcuno possa verificarla. Il pericolo modifica l’attenzione, la fatica riduce le capacità, la paura rende più difficile compiere ciò che in condizioni ordinarie apparirebbe semplice.

Clausewitz chiama attrito l’insieme di difficoltà che distingue la guerra sulla carta dalla guerra effettivamente combattuta. Nel libro I, capitolo 7, osserva che anche le azioni apparentemente più semplici diventano difficili una volta immerse nelle condizioni della guerra. La sua forza teorica sta nella molteplicità: impedimenti minimi, ciascuno forse correggibile, si sommano e si influenzano reciprocamente fino a cambiare l’azione complessiva. L’attrito attraversa anche la psicologia delle persone: esitazione, paura e perdita di fiducia incidono quanto i ritardi materiali. L’esperienza e la risolutezza possono attenuarne gli effetti, ma non promettono precisione assoluta; perfino una volontà che supera gli ostacoli può logorare le forze che la sostengono.

Nella storia delle campagne napoleoniche la distanza fra carta ed esperienza diventa concreta: tempi di marcia, malattie, resistenza locale, logistica, condizioni atmosferiche, difficoltà nel conoscere lo stato delle proprie forze e i movimenti del nemico. Sono esempi storici che illuminano il concetto, senza essere tutti ricavati dal capitolo sull'attrito. La campagna di Russia del 1812 offre uno scenario eloquente; ridurre la nascita dell’intero concetto a quell’episodio significherebbe però confondere la formazione di un pensiero con un suo singolo esempio storico.

L’attrito rivela un rapporto meno evidente fra precisione e fragilità. Un piano può essere impeccabile nella concatenazione delle sue premesse e insieme dipendere da troppe condizioni che non si realizzano. La capacità di correggere il percorso diventa allora decisiva per giudicare se lo scopo rimane raggiungibile.

Lettura di Cerchi. L’attrito pone un limite alle promesse contemporanee di controllo totale. Calcolo, sorveglianza e comunicazioni possono attenuare determinate difficoltà e crearne altre. L’analogia con il presente è utile solo se conserva la specificità della guerra: la resistenza di un’altra volontà e la possibilità della morte non sono dettagli trasferibili senza residui ad altri campi.

Tre forze in tensione — Una guerra che cambia carattere

Modulo proprietario III Fondamento: Della guerra, I, 1.

Clausewitz descrive la guerra attraverso una trinità di tendenze. La prima è la violenza originaria, intrecciata all’odio e alle passioni. La seconda riguarda il caso e la probabilità, il campo nel quale talento, coraggio ed esperienza esercitano la propria funzione. La terza è la subordinazione della guerra alla politica, che la lega alla sfera del ragionamento sui fini.

Nella descrizione dell’autore queste tendenze sono collegate soprattutto al popolo, al comandante e al suo esercito, al governo. La distinzione è decisiva: la trinità è anzitutto una teoria delle forze che agiscono nella guerra; le tre figure istituzionali ne sono espressioni storicamente pertinenti, non contenitori fissi. La passione può coinvolgere i governanti; il caso può mutare le decisioni politiche; gli eserciti possono essere attraversati da lealtà e sentimenti collettivi.

Queste forze non si distribuiscono in percentuali prevedibili. La loro combinazione determina il carattere storico del conflitto. La ragione di Stato può inseguire un obiettivo circoscritto mentre la mobilitazione popolare lo carica di significati ulteriori; una sconfitta inattesa può cambiare la disposizione a negoziare; il prolungamento della guerra può trasformarne le passioni.

L’apertura della trinità permette di interrogare guerre civili e conflitti irregolari, ma non annulla i limiti di un pensiero nato nella storia degli Stati europei. L’analisi deve riconoscere, di volta in volta, chi decide, quali passioni mobilitano la violenza e attraverso quali dinamiche il caso altera le possibilità.

Lettura di Cerchi. La guerra ha un carattere mutevole perché politica, passioni ed eventi si modificano reciprocamente. Nessuna delle tre dimensioni è una leva isolata che prometta il controllo dell’insieme.

Il punto decisivo e il limite — Centro di gravità e culmine

Modulo proprietario IV Fondamento: Della guerra, VI, 27; VII, 5 e 22; VIII, 4.

Il centro di gravità deriva da un’analogia meccanica. Clausewitz osserva la connessione fra le componenti delle forze avversarie e si chiede in quali punti la loro coesione renda decisivi gli effetti di un colpo. Nel libro VI insiste sul rapporto fra concentrazione delle forze, solidità dei collegamenti e limiti entro cui un’azione si propaga al resto del dispositivo. Nel libro VIII, capitolo 4, la nozione assume esplicitamente una dimensione strategica e politica: a seconda della configurazione dell'avversario, il centro può trovarsi nell'esercito principale, nella capitale di uno Stato diviso, nella coesione di un'alleanza, nella guida o nel sostegno collettivo di una sollevazione. La sua identificazione dipende dall'assetto effettivo della potenza avversaria.

La parola suggerisce un centro unico; l’analisi clausewitziana richiede invece di studiare quanto siano effettivamente connesse le parti. Se una coalizione tiene insieme eserciti e interessi solo debolmente coordinati, l’idea di un singolo punto capace di decidere tutto può rivelarsi una finzione. Il centro di gravità è dunque un problema di giudizio, non un sistema automatico per scegliere bersagli.

Anche l’offensiva possiede un limite interno. Conquistare terreno consuma forze, allunga collegamenti, impone di proteggere posizioni e mette l’attaccante di fronte a nuove resistenze. La riflessione sul punto culminante mostra che oltre una soglia l’azione che aveva prodotto il vantaggio può preparare il suo rovesciamento. Non ogni avanzata consolida il successo; talvolta la capacità di arrestarsi è parte della riuscita.

Le due categorie formano una tensione: dove concentrare il peso dell’azione e fino a quando sostenerlo? Identificare ciò che tiene unito l’avversario è insufficiente se non si comprendono i limiti delle proprie forze e i possibili effetti politici del successo.

Lettura di Cerchi. La potenza può generare un paradosso: possedere gli strumenti per avanzare non significa possedere una ragione sufficiente per continuare. Il punto culminante è anche la soglia in cui il giudizio deve interrogare la durata dell’obiettivo politico.

La pace che misura la vittoria

Modulo proprietario V Lettura originale di Cerchi fondata su Della guerra, I, 2; VIII, 2 e VIII, 6A–B. Il criterio della pace come misura della vittoria è un'elaborazione editoriale, non una formula letterale di Clausewitz.

La domanda di questo modulo nasce dalla teoria clausewitziana, ma appartiene alla lettura civile di Cerchi d'inchiostro: quale relazione politica rende significativa una vittoria militare? Se il modulo sul fine e sul mezzo indaga la coerenza della decisione prima e durante l'impiego della forza, questo secondo passaggio ne interroga il risultato: ciò che viene conquistato o imposto deve essere valutato alla luce di ciò che consente di ottenere al termine del conflitto.

Clausewitz collega l'impiego della forza agli scopi della guerra e mostra che una battaglia, una conquista e perfino l'abbattimento delle capacità dell'avversario appartengono a un piano più ampio. Nel libro VIII, il fine politico continua a intervenire sul piano generale della guerra; nel libro I, la distinzione fra scopi e mezzi impedisce di scambiare ogni risultato operativo per un fine autosufficiente.

La pace, qui, non coincide necessariamente con una riconciliazione giusta o stabile secondo i nostri criteri. Può essere una pace imposta, una concessione, una modifica del rapporto fra Stati. La natura dello scopo determina quanto si chieda alla forza e quali costi appaiano proporzionati al risultato perseguito. Il giudizio storico e quello etico possono divergere: una strategia politicamente efficace può perseguire fini moralmente o giuridicamente inaccettabili.

Una guerra limitata può mirare a ottenere una posizione negoziale, senza perseguire l'intera incapacità di resistenza dell'avversario. Confondere questi orientamenti può trasformare l'intensificazione militare in un ostacolo politico. Per converso, una pace desiderata ma priva di condizioni realistiche rischia di diventare il nome assegnato in anticipo a un esito che nessuna delle parti è in grado di sostenere.

Un’altra difficoltà merita attenzione. Lo scopo può modificarsi senza sparire: una guerra altera interessi, coalizioni, consenso interno e possibilità negoziali. Di conseguenza non basta chiedersi se i governanti siano rimasti fedeli alla formula iniziale; bisogna comprendere se sanno rendere conto delle nuove finalità e delle loro conseguenze.

Lettura di Cerchi. La vittoria è incompleta come criterio politico finché non si chiarisce quale relazione debba seguire al conflitto. Questa misura non deriva da una dottrina clausewitziana della pace giusta: nasce dall'esigenza di interrogare l'esito politico concreto, mantenendo distinta l'analisi dei fini dal loro giudizio morale.

Guerra assoluta, guerra reale e tendenza agli estremi

Nel primo capitolo di Della guerra, Clausewitz parte dalla definizione della guerra come confronto di volontà che ricorrono alla forza. Se ciascuno reagisce al tentativo dell’altro di imporgli la propria volontà, si producono tre dinamiche reciproche di intensificazione: l’uso della forza, lo sforzo per disarmare l’avversario e l’impegno delle risorse. Considerata soltanto in astratto, questa interazione spinge il ragionamento verso gli estremi.

Ma la guerra storica si svolge nel tempo. Non è un atto isolato, non si risolve in un colpo unico, non contiene in sé una soluzione definitiva e separabile dalla situazione politica successiva. I contendenti agiscono sulla base di informazioni incerte, intenzioni mutevoli e capacità finite. Perciò il modello estremo, necessario a riconoscere una tendenza teorica, non è una previsione secondo cui tutte le guerre reali debbano diventare illimitate.

Qui si incontra una difficoltà filologica autentica. Nel libro I, capitolo 1, il procedimento astrattivo isola le conseguenze logiche di uno scontro fra volontà che tendono a superarsi: è un esperimento concettuale, non un programma operativo di violenza illimitata. Nel libro VIII, capitolo 2, Clausewitz parla invece di guerra assoluta anche in relazione all'intensificazione storica osservata sotto Napoleone. Il rapporto fra guerra pensata secondo il suo concetto e absoluter Krieg nei diversi strati del manoscritto è discusso, tra gli altri, da Christopher Bassford, Hew Strachan e Raymond Aron. Il fatto che le nozioni dialoghino non autorizza a renderle sinonimi perfetti; la guerra reale resta l'orizzonte storico in cui politica, tempo, caso e resistenza modificano l'intensità effettiva dei conflitti.

Un secondo asse è posto dalla nota del 1827: guerre dirette ad abbattere l’avversario e guerre orientate a risultati politici circoscritti. Questa distinzione fra tipi di scopo non equivale alla distinzione fra guerra astratta e reale; entrambe le orientazioni possono essere studiate attraverso la complessità della storia concreta. Fra esse esistono passaggi, mutamenti e zone intermedie.

La guerra totale del dibattito novecentesco, associata a forme ulteriori di mobilitazione e distruzione, appartiene a una genealogia diversa. L’uso disinvolto della stessa parola «assoluta» per designare ogni massima violenza impedirebbe di comprendere il metodo di Clausewitz e la tensione del suo testo incompiuto.

Incertezza, informazione e «nebbia della guerra»

L’espressione corrente «nebbia della guerra» sintetizza efficacemente un problema che Clausewitz affronta, ma richiede precisione storica: nel libro I, capitolo 3, l'autore ricorre a un'immagine di nebbia (Nebel), mentre il capitolo 6 approfondisce l'incertezza delle notizie. La locuzione tecnica cristallizzata oggi diffusa appartiene alla storia delle interpretazioni successive e non deve essere riprodotta come una sua definizione letterale autonoma.

Nel libro I la qualità delle informazioni costituisce un ostacolo alla decisione. Le notizie possono essere false, parziali, contraddittorie o già superate quando raggiungono chi deve agire. La paura e le aspettative alterano inoltre l’interpretazione di ciò che appare credibile. Non basta quindi accumulare dati: occorre giudicarne provenienza, consistenza e rilevanza prima che il tempo della scelta scada.

Incertezza e attrito sono collegati, ma diversi. L’incertezza riguarda ciò che si può conoscere solo in parte; l’attrito comprende difficoltà che impediscono di realizzare un’azione anche quando i suoi presupposti sono compresi. Il rapporto è reciproco: un ordine ambiguo genera errori nell’esecuzione; un movimento fallito produce a sua volta notizie confuse.

Nel presente, la ricognizione satellitare, le reti di sensori, i droni e i sistemi di analisi automatica possono rendere più visibili movimenti e posizioni, mentre dipendenze tecnologiche e sovraccarico informativo aprono nuove vulnerabilità. Queste sono condizioni che Clausewitz non poteva conoscere. La domanda che la sua teoria rende ancora pertinente è un’altra: sapere di più sui mezzi significa davvero comprendere meglio gli scopi e la volontà dell’avversario?

Strategia, tattica e decisione

Clausewitz distingue tattica, ossia l'impiego delle forze nel combattimento, e strategia, ossia l'impiego dei combattimenti per conseguire gli obiettivi della guerra. La distinzione è concettuale: nella realtà le due dimensioni si condizionano e modificano continuamente.

Il fatto che una battaglia sia tecnicamente ben condotta non garantisce che il suo risultato sia strategicamente utile. Allo stesso modo, una campagna può ottenere successi locali e allontanare lo scopo per cui è stata avviata. La strategia deve allora interrogare il significato delle operazioni, la distribuzione nel tempo delle forze, le conseguenze della scelta e le possibilità di un esito politico.

Il pianificatore lavora fra collegamenti che la realtà può interrompere. La decisione strategica richiede giudizio, conoscenza delle risorse e comprensione del carattere della guerra che si sta combattendo. La tattica mostra ciò che è stato possibile fare; la strategia deve rendere conto del perché lo si è fatto.

Questa differenza è rilevante anche per la discussione pubblica. I risultati più visibili sono spesso quelli immediati: territori conquistati, mezzi distrutti, posizioni occupate. Gli esiti politici si misurano su un periodo più lungo e possono contraddire l'impressione del momento.

Difesa, attacco e guerra di popolo

Clausewitz attribuisce alla difesa una forza intrinseca superiore a quella dell’attacco, considerando condizioni comparabili. Chi difende può utilizzare il terreno, guadagnare tempo e conservare posizioni che l’altro deve conquistare. Ciò non rende passiva la difesa: contrattacchi e iniziativa sono componenti possibili di una condotta strategicamente difensiva. L’offensiva, orientata a un risultato positivo, tende invece a consumare risorse man mano che procede.

La riflessione sulla guerra di popolo allarga il campo oltre l’esercito regolare. Già nelle lezioni sulla piccola guerra del 1810–1811, Clausewitz prende in esame la resistenza della Vandea, del Tirolo e soprattutto della Spagna contro Napoleone. Nel memoriale politico del 1812 sulla resistenza prussiana, sostiene forme diffuse di mobilitazione contro la dominazione francese; in seguito, nel libro VI di Della guerra, dedica un capitolo all’armamento del popolo. Questi testi mostrano un interesse concreto per milizie, insurrezioni e forme di combattimento che sfruttano il territorio e logorano l’occupante.

È necessario distinguere Landwehr, Landsturm e gruppi irregolari: rinviano a dispositivi e gradi differenti di organizzazione e partecipazione, che variano nel tempo e nel contesto. Le traduzioni e le categorie moderne non sono sempre perfettamente sovrapponibili. Anche la relazione con la successiva teoria del partigiano di Carl Schmitt è una storia di interpretazioni, da ricostruire senza identificare i due autori.

La guerra di popolo rivela una questione politica decisiva: una potenza può prevalere in campo aperto e incontrare resistenze durevoli quando la difesa trova appoggio nel territorio, nella popolazione e in motivazioni collettive. La superiorità tecnica del singolo scontro non esaurisce le condizioni necessarie per governare l’esito del conflitto.

Morale, coraggio e colpo d'occhio

Le forze morali, per Clausewitz, hanno una realtà strategica. La fiducia, il timore, la tenuta delle truppe, l'esperienza e la reputazione del comando influiscono sull'impiego delle forze materiali. «Morale», in questo contesto, non equivale automaticamente a un giudizio etico sulla giustizia della causa; designa anzitutto energie psicologiche, disposizioni e capacità di resistenza.

Il genio militare è una combinazione rara di qualità intellettuali e di carattere. Clausewitz ne mette in evidenza il coup d'œil, la capacità di cogliere rapidamente gli elementi essenziali di una situazione, e la risolutezza necessaria per agire senza paralizzarsi nell'incertezza. Il colpo d'occhio non significa infallibilità intuitiva: è un giudizio formato dall'esperienza, esposto al rischio e vincolato alla responsabilità dell'azione.

L'attenzione alle persone impedisce di ridurre la guerra a una macchina. Le capacità tecniche devono passare attraverso corpi, convinzioni, paure e relazioni. Nello stesso tempo, la valorizzazione del grande comandante appartiene a un universo militare gerarchico e va letta senza convertirla in un culto generale della leadership.

Idee chiave

  1. La guerra va compresa entro la relazione politica che la genera e che continua a trasformarla.
  2. Il fine politico e l'obiettivo militare sono legati, ma distinguibili.
  3. La forza impiegata incontra sempre un'altra volontà, capace di modificare i calcoli iniziali.
  4. La guerra del modello astratto tende agli estremi; la guerra reale è attraversata da tempo, limiti, scopi e resistenze.
  5. L'attrito rende difficile ciò che sulla carta appare semplice.
  6. L'incertezza non è una lacuna provvisoria completamente colmabile.
  7. La trinità clausewitziana riguarda tre tendenze dinamiche, non un organigramma immutabile.
  8. Tattica e strategia rispondono a domande diverse sulla stessa azione armata.
  9. La difesa possiede vantaggi strutturali che l'attacco deve affrontare.
  10. Un'avanzata vittoriosa può oltrepassare il proprio punto culminante.
  11. La coesione dell'avversario conta quanto l'entità apparente delle sue forze.
  12. La vittoria militare acquista significato attraverso l'esito politico che contribuisce a rendere possibile.
  13. Della guerra è un'opera stratificata e incompiuta; comprenderla richiede di rispettarne la storia editoriale.
  14. Le categorie di Clausewitz possono interrogare i conflitti contemporanei soltanto attraverso una ricostruzione delle loro specifiche condizioni storiche.

Concetti chiave

Guerra

Relazione conflittuale in cui si usa la forza per costringere l'avversario a cedere alla propria volontà. È storicamente variabile e inserita in rapporti politici.

Politica (Politik)

L'insieme delle finalità, degli interessi e delle relazioni da cui la guerra deriva e che permangono durante il conflitto. Nel libro VIII, 6B, politischer Verkehr designa la continuità della relazione politica attraverso nuovi mezzi; Politik non coincide sempre con una sola accezione italiana di «politica» o «policy».

Scopo politico

Il risultato perseguito attraverso la guerra, che stabilisce orientamento e misura dell'impegno.

Obiettivo militare

Il risultato operativo da conseguire con l'impiego delle forze per contribuire allo scopo politico.

Guerra assoluta / guerra astratta

Termini collegati ma non pienamente equivalenti: il procedimento astrattivo del libro I, 1 fa emergere la tendenza logica agli estremi; nel libro VIII, 2 la guerra assoluta è discussa anche attraverso l'intensificazione napoleonica. La controversia riguarda il rapporto fra formulazioni nate in fasi differenti dell'opera (si veda la sezione 14).

Guerra reale

Il conflitto quale si manifesta nella storia, condizionato da scopi, risorse, informazioni, caso, società e tempo.

Tendenza agli estremi

La possibilità di intensificazione reciproca della violenza quando ogni avversario reagisce alla forza dell'altro.

Attrito

L'accumulo di impedimenti e contingenze che separa un piano dall'effettiva possibilità di realizzarlo.

Incertezza

Condizione in cui elementi decisivi dell'azione restano ignoti, dubbi o mutevoli.

Caso e probabilità

Dimensioni che impediscono di trattare il risultato della guerra come conseguenza necessaria del calcolo.

Trinità delle tendenze

Violenza e passione; caso e probabilità; orientamento politico e ragione. Popolo, esercito e governo ne sono associazioni indicative.

Centro di gravità (Schwerpunkt)

Concetto analogico usato per valutare coesione e punti di concentrazione da cui dipende l'efficacia delle forze avversarie.

Strategia

Uso dei combattimenti in vista degli obiettivi della guerra.

Tattica

Impiego delle forze nel singolo combattimento.

Punto culminante

Soglia oltre la quale l'attacco o il successo cessano di accrescere il vantaggio e possono rovesciarlo.

Difesa

Forma di combattimento volta a conservare, strutturalmente più forte dell'attacco nelle condizioni considerate da Clausewitz, ma non riducibile alla passività.

Guerra di popolo

Partecipazione armata di forze popolari alla resistenza e alla difesa; categoria da leggere nel contesto dell'età napoleonica.

Forze morali

Fattori psicologici e collettivi che concorrono all'efficacia della forza armata.

Coup d'œil

Capacità di riconoscere rapidamente gli aspetti decisivi di una situazione incerta.

Escalation

Termine contemporaneo per processi di intensificazione del conflitto; può essere messo in dialogo con la reciprocità clausewitziana senza presentarlo come sua formulazione testuale.

Vittoria

Esito favorevole del combattimento o della campagna; la sua utilità va distinta dal conseguimento del fine politico.

Pace

Configurazione politica verso la quale gli scopi della guerra sono orientati. Può essere una pace imposta o negoziata: la categoria è analitica e non garantisce giustizia o stabilità.

Clausewitz in dialogo con Tucidide e Schmitt

Tucidide — La guerra rivela la città

Tucidide osserva la guerra del Peloponneso come esperienza capace di mettere alla prova la potenza, il giudizio e il linguaggio politico. Paura, interesse e onore concorrono a decisioni che alterano l’ordine delle città. La spedizione ateniese in Sicilia è un confronto particolarmente fecondo: l’ambizione politica incontra difficoltà nel misurare mezzi, avversari, distanza e durata dell’impresa.

Clausewitz elabora invece una teoria della relazione fra obiettivi politici, combattimenti e limiti dell’esecuzione. Il confronto con Tucidide resta un accostamento concettuale di Cerchi: non autorizza a trasformare lo storico greco in un anticipatore sistematico di categorie ottocentesche né a presupporre una dipendenza testuale documentata.

Carl Schmitt — La decisione e il nemico politico

Schmitt interroga i criteri del politico, la distinzione pubblica fra amico e nemico, la sovranità e l’eccezione. In Il concetto di «politico» la possibilità estrema del combattimento rivela l'intensità di una contrapposizione; Clausewitz, invece, studia l'uso effettivo della guerra entro una relazione politica che la precede e permane al suo interno. Il governo non è un soggetto esterno che semplicemente decide prima dell'azione: la dimensione politica costituisce una delle tendenze della guerra e ne accompagna le trasformazioni.

La genealogia storica procede in direzione inversa rispetto all'ordine della triade. Clausewitz precede Schmitt, che nella Teoria del partigiano ricostruisce esplicitamente una traiettoria intitolata «Da Clausewitz a Lenin», proseguendo poi verso Mao. La riflessione schmittiana sul partigiano, sul nemico reale e sulla trasformazione in nemico assoluto riprende selettivamente problemi della resistenza popolare prussiana e della politicizzazione dell'ostilità. La «inimicizia assoluta» di Schmitt non va identificata con la «guerra assoluta» di Clausewitz: riguardano oggetti teorici e storie concettuali differenti. La ricezione è un confronto documentato, non un trasferimento neutro né una continuità senza fratture.

Si apre una differenza decisiva. Riconoscere il nemico come criterio politico, nella costruzione schmittiana, non coincide con l'analizzare in quali condizioni una guerra possa conseguire uno scopo, essere limitata, modificarsi o incontrare il proprio punto culminante. La distanza fra le due teorie va conservata anche quando la loro storia si incrocia.

Tre prospettive, una tensione editoriale

Tucidide rende visibile ciò che la guerra svela della città; Schmitt interroga il criterio del politico e le decisioni che impegnano l'ordine; Clausewitz mette a fuoco il conflitto come relazione in cui gli scopi politici, la forza e la volontà avversaria si modificano reciprocamente. La progressione è editoriale e non cronologica: ciascuno chiarisce una dimensione che gli altri non esauriscono.

Costellazione

Prima: le condizioni del problema

Tucidide fornisce un grande confronto storico sulla potenza e il giudizio in guerra, senza che sia necessario postulare un'influenza testuale diretta. Machiavelli interroga la relazione fra eserciti, virtù politica, decisione e fondazione dello Stato: è un confronto pertinente, da precisare come affinità di problemi e differenza di epoca. Federico II di Prussia rappresenta una tradizione strategica ancora potente nell'educazione militare prussiana. Guibert e Bülow appartengono all'universo di teorie e riforme con cui Clausewitz si confronta criticamente. La Rivoluzione francese cambia le condizioni della guerra e della mobilitazione politica.

Sun Tzu e Polibio possono entrare nella Costellazione come confronti di lunga durata sulle forme della guerra e sul rapporto fra organizzazione e potenza; non come influenze dirette accertate in assenza di prove specifiche.

Contemporanei: l'esperienza e la discussione

Scharnhorst è maestro e riformatore; Gneisenau è interlocutore militare di primo piano. Napoleone è l'avversario storico e il caso decisivo attraverso cui la teoria misura la trasformazione delle guerre europee. Jomini, contemporaneo, offre una riflessione strategica distinta, più incline alla sistemazione di principi operativi. La diversa circolazione delle opere dei due autori nell'Ottocento aiuta a comprendere perché la ricerca di regole prescrittive e la teoria critica del giudizio siano state spesso messe in concorrenza; il contrasto non va però irrigidito in due scuole prive di contatti. Blücher e Thielmann appartengono alla storia delle campagne a cui Clausewitz partecipa. Marie von Clausewitz collega ricerca, vita intellettuale e storia editoriale del testo.

Dopo: le interpretazioni e le controversie

Moltke il Vecchio appartiene alla tradizione strategica prussiana successiva, pur con proprie scelte e mediazioni. Schlieffen e Ludendorff partecipano a una storia militare nella quale Clausewitz è spesso reinterpretato in chiavi diverse. Engels, Lenin e Mao mostrano la circolazione politica del suo pensiero in contesti lontani dalla Prussia napoleonica: le modalità specifiche di questa ricezione non devono essere appiattite in una continuità lineare.

Hans Delbrück interviene nella discussione storica sulla strategia e sugli obiettivi limitati. Liddell Hart rappresenta una tradizione critica verso gli effetti attribuiti al clausewitzianesimo. John Keegan, Martin van Creveld e Mary Kaldor, in prospettive assai diverse, interrogano la capacità di una teoria nata nell'Europa napoleonica di spiegare tutte le forme successive del conflitto. Raymond Aron, Michael Howard, Peter Paret, Hew Strachan, Beatrice Heuser, Jon Tetsuro Sumida, Antulio J. Echevarria II e Christopher Bassford offrono interpretazioni fondamentali, spesso fra loro divergenti, sul senso politico e sulla struttura dell'opera.

Oggi: le domande che restano

Deterrenza nucleare, conflitti asimmetrici, guerre per procura, sanzioni, dimensione informativa del conflitto, sistemi autonomi, droni e capacità di sorveglianza chiedono di distinguere ciò che cambia nei mezzi da ciò che permane nelle relazioni fra volontà politiche. Non ogni competizione economica o tecnologica è automaticamente una guerra nel senso clausewitziano; la Costellazione deve conservare le differenze.

Eredità e ricezioni contrastanti

L’eredità di Clausewitz è ampia e discontinua. In alcuni ambienti si insiste sulla concentrazione delle forze e sul valore dello scontro decisivo; altrove emergono il rapporto fra politica e guerra, i fini limitati, l’incertezza e l’impossibilità di governare il conflitto attraverso regole invariabili. La ricezione è una storia di selezioni: ciò che una generazione cerca in Clausewitz può essere diverso da ciò che un’altra vi trova.

Moltke e le tradizioni militari prussiane dell’Ottocento testimoniano la circolazione di problemi strategici prossimi a quelli clausewitziani, senza per questo costituire l’applicazione uniforme di una dottrina. Le interpretazioni legate a Schlieffen e Ludendorff richiedono un’analisi autonoma: attribuire a un unico autore i disastri successivi significa cancellare mediazioni, cambiamenti istituzionali e responsabilità specifiche. La critica di Liddell Hart agli effetti attribuiti all’influenza di Clausewitz è storicamente importante, ma va distinta dal contenuto esatto di Della guerra.

Nel Novecento Raymond Aron riprende il rapporto fra guerra e politica in un mondo attraversato dalla deterrenza nucleare. Michael Howard e Peter Paret rinnovano la diffusione e lo studio storico del testo; Beatrice Heuser, Hew Strachan, Jon Tetsuro Sumida, Christopher Bassford e Antulio J. Echevarria II ne discutono struttura, traduzioni e capacità interpretativa. Non formano una scuola uniforme: divergono anche sul senso di guerra assoluta, sul ruolo dei singoli libri e sul metodo dell’autore.

La distinzione fra Clausewitz e clausewitzianesimo protegge il lettore da una scorciatoia: l’esistenza di una dottrina che si proclama ispirata a un autore non dimostra che ne rappresenti fedelmente il pensiero.

La ferita contemporanea — La forza che continua dopo lo scopo

La politica può avviare una guerra pensando a un risultato circoscritto. La resistenza dell’avversario, le perdite, le nuove alleanze e le aspettative create dal conflitto possono però trasformare le condizioni del risultato. In certi casi lo scopo diventa più vasto; in altri si restringe; in altri ancora l’autorità che combatte continua a impiegare la forza senza saper più descrivere con chiarezza quale relazione politica voglia ottenere.

Qui si apre la ferita contemporanea: la distanza fra capacità di agire e capacità di giudicare ciò che l'azione dovrebbe conseguire. Una società può conservare la capacità di combattere anche quando perde la capacità di spiegare quale esito politico renda ancora necessario il combattimento.

Clausewitz consente di riconoscere i meccanismi di questa distanza. Lo scopo politico orienta la guerra, ma subisce l’effetto degli eventi. L’attrito rompe la sequenza lineare dei piani. La reciprocità delle volontà alimenta spinte all’intensificazione; il punto culminante mostra quanto la prosecuzione di una campagna possa consumare ciò che essa ha conquistato. La trinità ricorda che il governo deve operare fra passioni e contingenze, senza disporre di una leva unica sull’insieme.

Non ogni mutamento degli scopi è un cedimento. La politica può rivederli per ragioni comprensibili, correggere un errore, riconoscere un nuovo equilibrio o cercare una via di negoziato. Il problema nasce quando il cambiamento resta opaco, quando i mezzi si giustificano attraverso la sola necessità di continuare o quando il successo militare viene scambiato per un risultato politico già acquisito.

Nel nostro tempo la precisione di un apparato militare può aumentare senza che cresca nella stessa misura la chiarezza sul futuro che esso dovrebbe rendere possibile. L’accumulo di informazioni operative non risponde da sé alle domande sulla sicurezza, sulla convivenza e sulla pace. Questo confronto è una lettura di Cerchi d’inchiostro: Clausewitz non ha previsto droni, algoritmi o guerre del XXI secolo, né offre una dottrina completa della giustizia della guerra.

La domanda conclusiva resta politica e civile: chi decide attraverso la forza conserva la capacità di riconoscere quando la forza ha cambiato il problema che doveva risolvere?

Limiti, contraddizioni e controversie

Un'opera incompiuta. La revisione progettata di Della guerra rimase interrotta. Non tutte le sezioni presentano lo stesso grado di elaborazione, e il rapporto cronologico fra le note dell'autore continua a essere oggetto di studio. È una difficoltà interpretativa reale, non una ragione per abbandonare il testo.

La politica non è sempre chiaramente definita. Il termine tedesco Politik copre campi di significato che possono essere resi in inglese con politics o policy, e in italiano con «politica» in diversi sensi. La sua relazione con il governo non può essere ridotta a un principio burocratico di obbedienza militare.

La pluralità dei conflitti. La teoria nasce soprattutto da guerre fra Stati, eserciti e coalizioni dell'età europea moderna. La trinità delle tendenze offre possibilità di applicazione più ampie; gli scritti sulla piccola guerra mostrano inoltre una riflessione concreta sulle forme irregolari. Resta necessario distinguere le insurrezioni dell’età napoleonica da milizie e reti armate contemporanee.

La violenza. Clausewitz analizza la guerra come uso della forza e prende sul serio la sua potenziale intensificazione. Riconosce tuttavia, anche nel libro VIII, capitolo 6B, che scopi politici circoscritti possono orientare guerre con impiego limitato della forza: una limitazione strutturale e politica, che non garantisce di per sé moderazione umanitaria. Egli non formula una dottrina dei limiti umanitari come la intendiamo oggi. La sua lucidità descrittiva può essere usata in modo critico, ma non equivale a una condanna morale universale della guerra.

Le interpretazioni estreme. Liddell Hart ha contestato gli effetti attribuiti a una tradizione concentrata sulla battaglia decisiva. Keegan e van Creveld, da angolature differenti, hanno sollevato dubbi sulla portata universale della relazione guerra-politica; Kaldor ne mette alla prova l'adeguatezza rispetto a conflitti profondamente trasformati. Le obiezioni obbligano a distinguere fra il testo di Clausewitz, il suo contesto e i diversi usi del clausewitzianesimo.

La guerra nucleare e le nuove tecnologie. Il pensiero della reciprocità aiuta a porre domande sull’escalation, ma non permette di dedurre la logica della deterrenza nucleare dalle guerre napoleoniche. Allo stesso modo cyberconflitti, sistemi autonomi e guerra informativa richiedono modelli storici e giuridici ulteriori. L’opera orienta la domanda sul fine politico senza risolvere da sola problemi tecnici radicalmente nuovi.

Il rischio della razionalizzazione retrospettiva. Il fatto che Clausewitz colleghi guerra e politica non autorizza a leggere ogni decisione storica come perfettamente strumentale, razionale o coerente. Interessi divergenti, passioni e dinamiche di apparato possono produrre fini contraddittori fin dall'inizio.

Curiosità intelligenti

L'ufficiale che cambiò esercito. Nel 1812 Clausewitz scelse il servizio russo per combattere Napoleone, mentre il governo prussiano era formalmente alleato della Francia. La vicenda solleva il problema delle diverse lealtà verso Stato, sovrano e causa politica.

Waterloo vista da Wavre. Nella campagna del 1815 Clausewitz fu capo di stato maggiore del III corpo prussiano, impegnato a Wavre contro le forze francesi di Grouchy. Il suo ruolo è quello di un ufficiale di stato maggiore in una campagna decisiva, non del comandante della battaglia di Waterloo.

Una scuola, non una cattedra nel senso odierno. La direzione dell'istituzione militare berlinese dal 1818 al 1830 fu prevalentemente amministrativa. La relativa disponibilità di tempo contribuì alla stagione di elaborazione teorica.

Il testo sopravvive per una scelta editoriale. Marie von Clausewitz diede forma alla trasmissione postuma dell'opera e presentò ai lettori indicazioni cruciali sullo stato del manoscritto.

Un’immagine divenuta espressione comune. La «nebbia della guerra» raccoglie una questione autenticamente clausewitziana; la locuzione cristallizzata che oggi la designa appartiene alla storia della ricezione.

Errori comuni da evitare

  1. «Clausewitz sostiene che la guerra sia sempre razionale». La sua teoria mette in evidenza passioni, caso e attrito; la finalità politica non garantisce controllo né lucidità.
  2. «La formula sulla continuazione della politica spiega già tutto». La formula introduce una relazione complessa; isolata, oscura la specificità del mezzo militare e i suoi effetti di ritorno.
  3. «Guerra assoluta e guerra totale sono sinonimi». Le categorie hanno storie differenti; persino il rapporto fra guerra ideale e assoluta è discusso negli studi filologici.
  4. «La trinità è popolo-esercito-governo». Questi sono correlati storici; il nucleo teorico riguarda tre tendenze dinamiche.
  5. «Attrito e nebbia significano la stessa cosa». Il primo riguarda la difficoltà dell'esecuzione, la seconda è una formula successiva che sintetizza principalmente l'incertezza informativa.
  6. «Il centro di gravità è sempre un singolo obiettivo da colpire». Richiede una valutazione contestuale della coesione e delle relazioni di forza.
  7. «Vincere battaglie significa vincere politicamente». Il risultato militare deve essere commisurato allo scopo politico e alla possibilità di pace.
  8. «Clausewitz scrisse un manuale finito». Della guerra è un'opera teorica postuma e incompiuta.
  9. «Clausewitz difende ogni uso della violenza». Analizzare una guerra non equivale a legittimarla.
  10. «Clausewitz segue storicamente Schmitt». Nella nostra triade viene dopo per ragioni editoriali; nella storia precede Schmitt.
  11. «La guerra assoluta di Clausewitz è il nemico assoluto di Schmitt». La prima riguarda la teoria e la storia della guerra; il secondo è parte della riflessione schmittiana sulle forme e sulla radicalizzazione dell'ostilità.

Glossario essenziale

Annientamento / abbattimento dell'avversario. Espressioni riferite a un orientamento nel quale si mira a togliere al nemico la capacità di continuare la resistenza; vanno distinte da significati novecenteschi di annientamento indiscriminato.

Campagna. Insieme coordinato di operazioni militari sviluppate entro un determinato arco temporale e geografico.

Centro di gravità. Punto o relazione da cui dipende la coesione della potenza avversaria. Nel libro VIII, 4 Clausewitz considera anche capitali, alleanze, leadership e sostegno collettivo; il concetto non coincide con un singolo bersaglio predeterminato.

Contrattacco. Azione offensiva eseguita all'interno di una condotta generale difensiva.

Escalation. Intensificazione del conflitto che può derivare anche dall'interazione delle risposte avversarie; termine del lessico strategico successivo.

Forze morali. Fiducia, timore, esperienza, risolutezza e altri fattori umani capaci di influire sull'esito militare.

Guerra limitata. Guerra orientata a fini politici circoscritti; «limitata» non significa necessariamente poco violenta né priva di gravi costi umani. La distinzione dagli scopi di abbattimento dell'avversario appartiene alla teoria delle forme politiche della guerra, non è un sinonimo di guerra reale contrapposta alla guerra astratta.

Logistica. Insieme dei processi che consentono di sostenere le forze: movimenti, approvvigionamento e mantenimento delle capacità operative.

Punto culminante. Limite oltre il quale l'avanzamento o il successo può indebolire la posizione di chi attacca.

Reciprocità. Relazione per cui le decisioni di ciascun avversario alterano le possibilità e gli incentivi dell'altro.

Schwerpunkt. Termine tedesco usualmente tradotto con «centro di gravità»; il suo valore non si esaurisce in una regola per individuare bersagli.

Stato maggiore. Organo che sostiene pianificazione, coordinamento e comando delle operazioni militari.

Percorsi di studio e lettura

Primo percorso — Entrare nell'opera. Leggere il libro I di Della guerra, con particolare attenzione ai capitoli 1, 3, 6 e 7. Confrontare poi la nota del 1827 con la nota senza data certa. Scopo: comprendere la natura del testo e la relazione fra modello e realtà.

Secondo percorso — Politica e risultato. Passare al libro VIII, soprattutto al capitolo 6, e mettere in relazione l'orientamento politico con la distinzione fra obiettivo militare e scopo della guerra. Domanda: che cosa rende una vittoria utile?

Terzo percorso — L'azione incontra il limite. Leggere il libro VI sulla difesa e il libro VII sul punto culminante. Domanda: a quali condizioni proseguire compromette il successo già ottenuto?

Quarto percorso — Guerre e società. Affiancare gli scritti sulle campagne napoleoniche e quelli sulla guerra di popolo al contesto delle riforme prussiane. Domanda: quali trasformazioni politiche rendono possibili determinate forme di guerra?

Quinto percorso — La triade. Accostare la crisi della decisione ateniese in Tucidide, il criterio del politico in Schmitt e i limiti dell'azione armata in Clausewitz. Scopo: distinguere la diagnosi storica della potenza, la teoria dell'ordine e l'analisi della guerra reale.

Domande per orientarsi

Quando una decisione politica comincia a perdere il controllo dei propri mezzi?

Quale differenza esiste fra un risultato militare chiaramente misurabile e un risultato politico duraturo?

L'incertezza può essere ridotta senza trasformarsi in una nuova illusione di onniscienza?

Perché l'avversario non può essere trattato come un oggetto passivo di un piano?

In quali condizioni la difesa rende più efficace una forza relativamente debole?

Che cosa accade quando il costo di una guerra modifica lo scopo con cui essa era cominciata?

Come distinguere la necessità di correggere una decisione dal rifiuto di riconoscere un errore?

Quale idea della pace orienta l'uso delle armi prima ancora della vittoria?

Nodi da ricordare

  • Clausewitz collega la guerra alle relazioni politiche e ai fini che ne definiscono l'orientamento.
  • La reciprocità delle volontà impedisce di pensare il nemico come elemento immobile.
  • Guerra astratta e guerra reale appartengono a piani d'analisi diversi, da leggere nella stratificazione dell'opera.
  • Attrito e incertezza sono caratteristiche fondamentali della condotta reale della guerra.
  • La trinità è un intreccio variabile di passioni, caso e finalità politiche.
  • La difesa possiede vantaggi che una strategia esclusivamente offensiva tende a sottovalutare.
  • Il punto culminante mostra che continuare ad avanzare può compromettere il risultato.
  • La vittoria militare non dispensa dalla domanda sulla pace possibile.
  • Marie von Clausewitz è figura determinante della storia editoriale di Della guerra.
  • Nella triade, Clausewitz rende concreto il problema che Tucidide e Schmitt illuminano da prospettive differenti: cosa accade alla decisione quando entra nella violenza organizzata.

FAQ

Chi era Carl von Clausewitz?

Carl von Clausewitz (1780–1831) fu un ufficiale prussiano, protagonista delle guerre napoleoniche e autore di Vom Kriege (Della guerra), una delle opere fondamentali della teoria moderna della guerra. Il suo pensiero mette in relazione forza militare, finalità politica, caso, incertezza e azione strategica.

Qual è il significato della frase «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi»?

La guerra, per Clausewitz, appartiene a una relazione politica che continua anche quando si ricorre alla forza armata. Lo scopo politico orienta l'uso dei mezzi militari, ma la condotta della guerra possiede caratteristiche specifiche che reagiscono sulle possibilità e sulle decisioni politiche.

Che cos'è Della guerra?

Della guerra, dal titolo originale Vom Kriege, è l'opera maggiore di Clausewitz, articolata in otto libri e pubblicata postuma dal 1832. Esamina natura della guerra, teoria, strategia, combattimento, forze armate, difesa, attacco e piano di guerra. La revisione progettata dall'autore rimase incompiuta.

Che differenza c’è tra guerra assoluta e guerra reale?

Il ragionamento astratto mostra la tendenza della forza a intensificarsi nell’interazione fra avversari; nella guerra reale intervengono scopi politici, tempo, risorse e incertezza. L’espressione «guerra assoluta» compare nella storia redazionale dell’opera con problemi ulteriori: gli studiosi discutono la sua equivalenza con il modello ideale esposto nel libro I.

Che cos'è l'attrito secondo Clausewitz?

L'attrito è l'insieme delle difficoltà che rendono l'esecuzione della guerra diversa da un piano teorico: errori, ritardi, fatica, pericolo, informazioni insufficienti e imprevisti. È una caratteristica strutturale della guerra reale, non soltanto un problema organizzativo occasionale.

Clausewitz ha inventato l'espressione «nebbia della guerra»?

Clausewitz descrive la guerra come un ambito di forte incertezza e usa metafore legate alla nebbia, ma l'espressione moderna «nebbia della guerra», intesa come formula fissa, appartiene alla sua ricezione successiva. Il suo capitolo sull'informazione in guerra è un riferimento più preciso per comprendere il tema.

Che cos'è la trinità clausewitziana?

È l'intreccio di tre tendenze: violenza e passioni, caso e probabilità, subordinazione della guerra a finalità politiche. Clausewitz le associa prevalentemente a popolo, esercito e comandanti, governo, senza ridurle a tre elementi istituzionali sempre immutabili.

Che cosa significa centro di gravità in Clausewitz?

È un’analogia che aiuta a individuare, nell’unità effettiva delle forze avversarie, i punti dai quali dipendono effetti decisivi. Richiede di capire quanto siano connesse fra loro le componenti militari e politiche; non offre una procedura automatica per scegliere un singolo bersaglio.

Qual è la differenza tra strategia e tattica?

La tattica riguarda l'impiego delle forze nel combattimento. La strategia riguarda l'impiego dei combattimenti per gli obiettivi della guerra. Entrambe devono essere lette in rapporto alle finalità politiche complessive.

Perché Clausewitz considera la difesa più forte dell’attacco?

Perché conservare una posizione permette di valorizzare terreno, tempo e altre condizioni che l’attaccante deve superare. La difesa comprende iniziativa e contrattacco; la sua superiorità relativa, a parità di condizioni, non garantisce la vittoria di una specifica battaglia.

Che ruolo ebbe Marie von Clausewitz?

Marie von Clausewitz, nata von Brühl, fu un'interlocutrice importante della vita intellettuale di Carl e curò la pubblicazione postuma dei suoi scritti. La prefazione e l'organizzazione del materiale contribuirono in modo decisivo alla trasmissione di Della guerra.

Quale rapporto esiste fra Clausewitz, Tucidide e Carl Schmitt?

Nella triade editoriale di Cerchi d'inchiostro, Tucidide interroga le crisi della potenza e del giudizio nella guerra, Schmitt la decisione politica e il nemico, Clausewitz l'impiego della forza rispetto allo scopo e ai limiti della guerra reale. L'ordine è concettuale, non cronologico: Clausewitz precede Schmitt, che fu anche un suo lettore.

Prosegui la lettura

La guida si colloca in una rete di problemi che il corpus di Cerchi d'inchiostro affronta da prospettive differenti:

  • Machiavelli: rapporto fra armi, politica, virtù e realismo del potere.
  • Thomas Hobbes: paura della violenza, sovranità e condizioni dell'ordine civile.
  • Polibio: istituzioni, potenza, trasformazioni degli equilibri politici.
  • Max Weber: Stato, legittimità e organizzazione moderna dell'autorità.
  • Cicerone: responsabilità pubblica, legge, parola civile e governo della comunità.

Tucidide e Carl Schmitt completano la triade concettuale di riferimento. Il confronto qui resta intellettuale: i collegamenti navigabili verso le rispettive guide richiedono che siano effettivamente disponibili sul sito.

Chiusura editoriale — Quale pace rende comprensibile la forza?

Clausewitz ha osservato la guerra dall'interno di un secolo che cambiava il volto dell'Europa. La sua opera conserva le tracce di quella trasformazione: la disfatta di una potenza convinta della propria solidità, la mobilitazione di eserciti e popolazioni, il crollo di piani costruiti con precisione, il ruolo del caso, la tenacia delle volontà in conflitto.

Il suo contributo più difficile consiste nel riportare la guerra alla domanda che la precede e che dovrebbe seguirla: per quale risultato politico viene impiegata la forza? Fra quella domanda e la risposta possibile si apre il territorio della guerra reale, dove la decisione incontra ciò che non aveva previsto e dove un successo può cambiare di significato.

Nella triade, Tucidide mostra la città alla prova del conflitto; Schmitt la decisione che pretende di fondare e difendere un ordine; Clausewitz il prezzo cognitivo e politico di tradurre una volontà in violenza organizzata. La forza può imporre condizioni. Resta da comprendere se quelle condizioni siano compatibili con lo scopo perseguito e capaci di sostenere una pace.

La domanda che resta riguarda dunque il futuro implicito in ogni decisione di guerra: quale ordine si può costruire con ciò che la forza riesce a ottenere, e quale pace rimane possibile dopo averlo ottenuto?