Guida 32 · Cerchi d’inchiostro

Carl Schmitt — Decisione, eccezione e ordine politico

Chi decide quando la regola non basta?

Copertina illustrata di Carl Schmitt: il Reichstag, figure in controluce e documenti evocano decisione, eccezione e ordine politico.

Introduzione — Quando la regola non basta

Chi decide quando la regola non basta — e che cosa accade al diritto quando quella decisione pretende di fondare l'ordine?

Ogni ordinamento politico vive di una fiducia silenziosa: che le regole continuino a valere anche quando gli uomini entrano in conflitto.

Le costituzioni distribuiscono i poteri, le leggi stabiliscono obblighi e garanzie, le istituzioni trasformano la contrapposizione degli interessi in decisioni che possono essere riconosciute come legittime. La stabilità del diritto permette alla vita collettiva di procedere senza interrogare continuamente il fondamento dell'autorità.

Ma la storia conosce circostanze nelle quali questa continuità viene interrotta. Una rivoluzione può rovesciare le istituzioni. Una guerra può compromettere la sicurezza dello Stato. Una crisi costituzionale può rendere incerta persino l'autorità incaricata di applicare le norme.

È su questa soglia che si colloca Carl Schmitt.

Giurista della Germania novecentesca, interprete della crisi di Weimar e teorico della sovranità, Schmitt individuò nella situazione eccezionale un problema che investe la struttura stessa dell'ordine politico: quando le regole non riescono a determinare interamente la risposta alla crisi, chi possiede l'autorità di decidere?

La domanda attraversa la sua riflessione sulla dittatura, sulla costituzione, sul parlamentarismo e sulla distinzione fra amico e nemico. Si estende infine al diritto internazionale, al territorio e alle trasformazioni della guerra.

Schmitt comprese che il diritto presuppone condizioni politiche e sociali che non può produrre da solo. Ma nella sua ricerca del fondamento dell'ordine attribuì alla decisione e all'unità politica una centralità capace di entrare in conflitto con il pluralismo e con le garanzie dello Stato costituzionale.

La sua stessa biografia rende questa tensione ineludibile.

Nel 1933 aderì al nazionalsocialismo. Contribuì alla legittimazione giuridica del regime hitleriano, giustificò pubblicamente la violenza del potere e partecipò a iniziative antisemite. Questi atti appartengono alla storia della sua opera e impongono di interrogare il rapporto fra la forza delle categorie teoriche e gli impieghi politici che il loro autore ne fece.

Schmitt resta un pensatore da studiare perché alcune delle sue domande toccano difficoltà permanenti della vita istituzionale. Resta un pensatore da sottoporre a critica perché la ricerca dell'ordine può diventare una giustificazione della concentrazione del potere e dell'esclusione.

La questione che ci consegna riguarda dunque una soglia decisiva della politica: il momento nel quale la necessità di proteggere la comunità rischia di trasformarsi nella pretesa di decidere senza più rispondere alle regole che quella comunità dovrebbe custodire.

Carl Schmitt in breve

Carl Schmitt (1888–1985) fu un giurista e teorico politico tedesco fra i principali protagonisti delle controversie novecentesche sulla sovranità, sulla costituzione, sul diritto pubblico e sulla natura del politico. La sua opera prende forma durante la crisi dello Stato europeo e soprattutto della Repubblica di Weimar.

In Teologia politica definì la sovranità attraverso la decisione sullo stato d'eccezione. Nel Concetto del politico individuò nella distinzione fra amico e nemico il criterio specifico del politico. Studiò inoltre la dittatura, la rappresentazione, la legalità, il parlamentarismo e, nella maturità, il rapporto fra ordinamento giuridico e spazio.

Aderì al Partito nazionalsocialista nel maggio 1933. Partecipò alla legittimazione giuridica del regime, giustificò l'azione violenta di Hitler del 1934 e promosse iniziative antisemite. La successiva perdita di influenza all'interno del regime non costituì un'opposizione al nazismo.

Dopo il 1945, escluso dalla vita universitaria istituzionale, continuò a scrivere da Plettenberg. La sua ricezione è stata vasta e profondamente controversa: le categorie che ha elaborato vengono studiate anche da interpreti ostili alle sue soluzioni politiche.

CoordinataDato essenziale
NascitaPlettenberg, 11 luglio 1888
MortePlettenberg, 7 aprile 1985
DisciplineDiritto pubblico, teoria politica, diritto internazionale
ContestoImpero tedesco, Weimar, nazionalsocialismo, dopoguerra
Nucleo teoricoDecisione, sovranità, eccezione, unità, inimicizia, nomos
Responsabilità storicaCollaborazione con il regime nazista e antisemitismo
Domanda centraleChi decide sulle condizioni di sopravvivenza dell'ordine?

Perché Schmitt è importante

Il diritto disciplina il potere e rende prevedibile la convivenza. Ma il suo funzionamento presuppone istituzioni capaci di applicarlo e una situazione nella quale quelle istituzioni possano effettivamente operare. Schmitt porta allo scoperto questo presupposto, soprattutto quando la crisi ne rivela la fragilità.

La sua importanza consiste anzitutto nell'aver reso difficile una rappresentazione puramente procedurale dell'ordine politico. Una costituzione può indicare chi esercita una competenza; la vita pubblica continua tuttavia a dipendere da decisioni, riconoscimenti, conflitti e condizioni sociali che il testo normativo non esaurisce.

Un secondo contributo concerne la specificità del politico. Schmitt sostiene che il conflitto possa raggiungere un'intensità tale da dividere le collettività in amici e nemici pubblici. La teoria costringe a confrontarsi con le forme estreme dell'antagonismo, anche se rischia di attribuire a queste un privilegio che oscura mediazione, cooperazione e pluralità.

Un terzo elemento riguarda la crisi della rappresentanza. Schmitt osservò l'indebolimento della deliberazione parlamentare, la forza crescente delle organizzazioni di massa e la vulnerabilità delle procedure davanti a forze che intendono trasformare l'ordine stesso.

L'importanza di questi problemi non dimostra la fondatezza delle sue soluzioni. La diagnosi della fragilità istituzionale non impone il primato di un'autorità sottratta ai controlli. E riconoscere la possibilità del conflitto non significa farne la misura completa della politica.

Per questo l'opera continua a essere interrogata da tradizioni costituzionali, democratiche e critiche differenti. La sua fortuna intellettuale esige, anziché attenuare, il giudizio sulla responsabilità storica dell'autore.

Il problema umano — Ordine, paura e autorità

Gli uomini hanno bisogno di prevedibilità. Le regole consentono di progettare la propria vita senza dipendere dalla volontà mutevole di chi governa; limitano l'arbitrio e rendono possibile una convivenza fra persone che non condividono necessariamente idee, interessi o valori.

La crisi altera questo rapporto. Quando la continuità istituzionale sembra minacciata, la richiesta di protezione può diventare più intensa della richiesta di garanzie. La comunità domanda che qualcuno agisca, talvolta prima ancora di chiedersi con quale titolo e secondo quali limiti.

Schmitt comprende la forza politica di questa esigenza. Ma il problema umano si trova anche nella tentazione che essa produce: considerare la decisione rapida come prova sufficiente della sua legittimità e interpretare ogni controllo come un ostacolo alla salvezza collettiva.

Chi governa può sostenere di proteggere l'ordine; chi dissente può chiedere che l'ordine resti fedele alle proprie regole. Le due posizioni non hanno automaticamente lo stesso valore in ogni circostanza. La difficoltà consiste nel trovare condizioni pubbliche per valutarle, anziché lasciare al solo detentore del potere il compito di giudicare se stesso.

La domanda più profonda non riguarda l'esistenza delle crisi: riguarda ciò che una comunità è disposta a concedere a chi promette di risolverle. E ciò che deve conservare, anche nel pericolo, perché la protezione non si trasformi in dominio.

Vita essenziale

Schmitt nasce a Plettenberg, in Vestfalia, in una famiglia cattolica. Studia giurisprudenza a Berlino, Monaco e Strasburgo, dove consegue il dottorato nel 1910; completa l'abilitazione nel 1916. La Prima guerra mondiale e il crollo dell'Impero tedesco accompagnano l'inizio della sua attività intellettuale.

Negli anni della Repubblica di Weimar insegna in diverse università, fra cui Greifswald, Bonn, Berlino e Colonia. Le opere del primo dopoguerra affrontano l'autorità, la dittatura e i fondamenti politici dell'ordine giuridico. Fra la fine degli anni Venti e il 1932 la sua attenzione si concentra sempre più sulla crisi del sistema costituzionale e parlamentare.

Dopo l'ascesa di Hitler, Schmitt aderisce al NSDAP il 1º maggio 1933 e assume incarichi nel nuovo apparato giuridico. Nel 1934 sostiene pubblicamente la giustificazione delle uccisioni compiute dal regime nella cosiddetta notte dei lunghi coltelli. Nel 1936 promuove iniziative apertamente antisemite nel campo degli studi giuridici.

Nel dicembre 1936 il settimanale delle SS Das Schwarze Korps attacca pubblicamente Schmitt. Egli perde la direzione della Deutsche Juristen-Zeitung e la posizione direttiva nel gruppo dei docenti universitari della lega dei giuristi nazionalsocialisti; conserva la cattedra e il titolo di consigliere di Stato prussiano. La marginalizzazione deriva da contrasti interni al regime, non da una rottura antinazista.

Dopo il 1945 è detenuto e interrogato dagli Alleati; nel 1947 è sottoposto a interrogatori nel contesto di Norimberga, senza essere incriminato nel processo principale. Non ritorna alla carriera universitaria ordinaria. Da Plettenberg pubblica Il nomos della terra (1950) e Teoria del partigiano (1963), mantenendo una fitta rete di interlocutori. Muore nel 1985.

La vita che illumina l'opera — Tre fratture

1918: la fine della continuità imperiale

La sconfitta nella Prima guerra mondiale, la rivoluzione e la nascita della Repubblica di Weimar mostrano che un ordinamento può perdere rapidamente istituzioni e presupposti di legittimazione. È il contesto nel quale maturano La dittatura e Teologia politica: la domanda sulla decisione non nasce da un esercizio astratto, ma da una trasformazione radicale dello Stato.

1933: la collaborazione con il nuovo potere

Il secondo passaggio riguarda l'autore stesso. Le precedenti critiche al parlamentarismo e al pluralismo non devono essere considerate cause meccaniche dell'adesione al nazismo. Tuttavia la collaborazione di Schmitt mostra come categorie già elaborate possano venire impiegate, adattate e radicalizzate per legittimare un regime dittatoriale. Esiste qui una responsabilità intellettuale oltre che politica.

1945: la catastrofe e la riscrittura di sé

Nel dopoguerra la riflessione si sposta verso l'ordine internazionale, il territorio e la trasformazione della guerra. Questo mutamento tematico non coincide con una documentata resa dei conti morale. La lettura degli scritti autobiografici e della corrispondenza richiede di distinguere testimonianza, autodifesa e ricostruzione storiografica. La domanda sull'ordine sopravvive, ma il contesto nel quale viene posta è radicalmente cambiato.

Weimar — La crisi dell'ordine costituzionale

La costituzione del 1919 istituisce la Repubblica tedesca e una complessa articolazione fra parlamento, governo e presidente. L'articolo 48 consente al presidente del Reich, in condizioni determinate, di adottare misure straordinarie per ristabilire sicurezza e ordine pubblico, prevedendo anche forme di controllo da parte del Reichstag.

La crisi economica, la radicalizzazione politica e la crescente difficoltà di costituire governi parlamentari rendono sempre più frequente, soprattutto dopo il 1930, il ricorso a strumenti presidenziali. Le procedure restano presenti, ma il loro equilibrio viene profondamente alterato.

Schmitt legge questa crisi come manifestazione dell'incapacità del sistema partitico di esprimere un'unità politica sufficientemente forte. Sostiene, in fasi e contesti differenti, una difesa dell'ordine costituzionale centrata sulla posizione del presidente del Reich. Presentarsi come custode della costituzione, tuttavia, non equivale a garantire che le soluzioni proposte ne preservino il pluralismo democratico.

Un episodio chiarisce quanto quelle questioni fossero concrete: nel luglio 1932 il governo Papen destituisce di fatto il governo prussiano con il Preußenschlag, facendo leva su poteri emergenziali. Nel procedimento Preußen contra Reich dinanzi allo Staatsgerichtshof, Schmitt rappresenta il Reich; il governo prussiano contesta l’intervento. La controversia sulla legalità dell’azione presidenziale si svolge così anche in un’aula di tribunale.

La questione è controversa anche storiograficamente: occorre distinguere ciò che Schmitt dichiarava di voler proteggere, le competenze giuridiche da lui valorizzate e le possibili conseguenze autoritarie delle sue argomentazioni. La crisi di Weimar non offriva soltanto l'alternativa fra impotenza delle norme e concentrazione personale del potere. Hans Kelsen e Hermann Heller elaborarono risposte differenti, da conoscere prima di giudicare necessario l'esito schmittiano.

Cerchi disciplinari

Diritto costituzionale. Sovranità, competenze, potere costituente, controlli e custodia dell'ordinamento sono il cuore giuridico della riflessione.

Filosofia politica. La distinzione amico/nemico e la concezione dell'unità collettiva interrogano il rapporto fra conflitto, rappresentazione e pluralismo.

Teologia politica. Le analogie fra concetti teologici e categorie moderne dello Stato servono a comprendere la genealogia e la struttura dell'autorità.

Storia delle istituzioni. La dittatura romana, lo Stato moderno, la Rivoluzione francese e Weimar costituiscono tappe decisive della riflessione sui poteri straordinari.

Sociologia politica. Organizzazione, partiti, legittimazione e masse pongono Schmitt a confronto con problemi studiati anche da Weber, senza renderne identiche le prospettive.

Diritto internazionale e storia spaziale. Nel Nomos, territorio, appropriazione, confini e riconoscimento fra Stati diventano condizioni dell'ordine giuridico.

Studi sulla guerra. Il partigiano e le trasformazioni dell'inimicizia aprono un dialogo circoscritto con Clausewitz, distinto dalla teoria militare del conflitto.

Storia delle idee. Bodin, Hobbes, Donoso Cortés, la tradizione giuspubblicistica e gli interlocutori novecenteschi collocano Schmitt in una rete di argomenti e contrasti.

La soglia dell'ordine — Norma, normalità, decisione

Modulo proprietario I · Cerchi d'inchiostro

Una norma giuridica disciplina una classe di situazioni. Individua competenze, stabilisce condizioni, prescrive conseguenze. La sua applicazione richiede però un mondo nel quale quelle condizioni possano essere riconosciute e nel quale le istituzioni conservino la capacità di operare.

Schmitt individua in questo rapporto fra norma e normalità un limite delle concezioni che pretendono di comprendere l'intero ordinamento attraverso la sola struttura normativa. Il problema diventa particolarmente evidente nella situazione estrema: che cosa accade quando vengono meno le condizioni presupposte dalle regole?

La risposta schmittiana assegna alla decisione sovrana un ruolo fondamentale. Qualcuno deve poter stabilire che la situazione ordinaria è stata interrotta e decidere quali misure siano necessarie per affrontarla.

Ma qui interviene una distinzione decisiva. Riconoscere che il diritto non determina automaticamente ogni propria applicazione non significa dimostrare che una decisione possa legittimamente sottrarsi ai suoi vincoli. È precisamente questo passaggio a rendere controversa la teoria di Schmitt.

L'eccezione rivela un problema dell'ordine giuridico. Non prova da sola che la sua soluzione debba essere affidata a un'autorità incontrollata. Un ordinamento può disciplinare poteri emergenziali, competenze e controlli anche quando le circostanze non sono ordinarie; Schmitt contesta che tali previsioni possano esaurire la decisione sull'eccezione estrema.

La domanda che Cerchi d'inchiostro ricava da questa tensione è quindi più ampia della formula sulla sovranità: quali condizioni permettono a una comunità di prendere decisioni straordinarie senza consegnare a chi decide il potere di definire unilateralmente i limiti del diritto?

Sovranità e teologia politica

La formula con la quale si apre Teologia politica individua il sovrano in chi decide sullo stato d'eccezione. Nell'ordinario, competenze e poteri appaiono regolati; nell'estremo, Schmitt domanda chi possa riconoscere la situazione di rottura e determinarne la risposta.

La sua critica al normativismo non sostiene banalmente che la legge sia inutile. Insiste sul fatto che l'applicazione di una norma presuppone una situazione concreta e che il diritto non può produrre da sé tutte le condizioni della propria efficacia.

Il termine teologia politica riguarda anche un'analogia storico-strutturale: secondo Schmitt, alcuni concetti della moderna teoria dello Stato conservano la forma di concetti teologici secolarizzati. Il rapporto fra eccezione e ordine regolare richiama, nella sua costruzione, quello fra miracolo e legge naturale. Si tratta di un'analogia teorica, non della semplice divinizzazione del sovrano.

La forza della domanda non cancella la difficoltà della risposta. Se l'ultima parola sull'eccezione appartiene a chi esercita il potere, occorre interrogare il rapporto fra quell'autorità e le garanzie che dovrebbero renderla responsabile. La sovranità diventa così una domanda sui limiti della decisione, anziché la celebrazione della sua efficacia.

Dittatura commissaria e dittatura sovrana

In La dittatura Schmitt ricostruisce storicamente i poteri eccezionali. La dittatura commissaria riceve un mandato straordinario orientato a difendere o restaurare un ordinamento esistente. La sospensione di determinate regole è concepita in funzione della loro futura efficacia: il fine dichiarato resta la continuità della costituzione.

La dittatura sovrana guarda invece alla fondazione di un nuovo ordine. Si collega al potere costituente e alla pretesa di creare le condizioni nelle quali una nuova costituzione possa nascere. Non basta che un potere si dichiari temporaneo perché operi realmente come difesa della costituzione precedente.

La differenza illumina una soglia politica concreta. Un'autorità può affermare di conservare l'ordine mentre ne modifica irreversibilmente la struttura. Occorre osservare la funzione delle misure, la durata dei poteri e la direzione della trasformazione istituzionale.

La distinzione del 1921 non coincide in ogni dettaglio con la teoria dell'eccezione del 1922: il rapporto fra i testi è oggetto di discussione interpretativa. Il rapporto fra questi concetti conserva una complessità senza suggerire che Schmitt abbia elaborato fin dall'inizio un sistema immutabile.

Il concetto del politico — Amico e nemico

Schmitt domanda che cosa renda un antagonismo propriamente politico. La sua risposta non si fonda sulla morale, sull'estetica o sul vantaggio economico, ma sull'intensità della contrapposizione fra collettività che possono riconoscersi come amici e nemici pubblici.

Il nemico politico, l'hostis, è diverso dall'avversario privato, dall'inimicus verso il quale un individuo nutre rancore. La guerra costituisce la possibilità estrema implicata in questa opposizione: nella sua formulazione più aspra, il politico rinvia alla possibilità effettiva che gli uomini uccidano e siano uccisi. Lo jus belli riguarda anche il potere di esigere dai membri della comunità il rischio della vita e l’impiego della forza contro un nemico pubblico. Riconoscere questa possibilità non significa assumere la guerra come dovere permanente o come contenuto ordinario della politica.

Un conflitto religioso, sociale o economico può acquisire carattere politico se giunge a separare collettività su una questione riguardante la loro esistenza. Schmitt ritiene quindi che la politica non possa essere eliminata dichiarando neutrali gli ambiti nei quali si svolge il conflitto.

Il suo criterio, però, produce un limite evidente. Se la possibilità dell'inimicizia estrema definisce il politico, la mediazione e la cooperazione rischiano di apparire forme secondarie. Una democrazia pluralistica deve invece poter riconoscere conflitti rilevanti senza convertirli sistematicamente in antagonismi esistenziali. È questa la principale tensione fra il riconoscimento schmittiano del conflitto e la difesa democratica dell'avversario legittimo.

Il potere di nominare il nemico

Modulo proprietario II · Cerchi d'inchiostro

Una comunità può trovarsi davanti a una minaccia reale. Ma prima di affrontarla occorre riconoscerla, descriverla e stabilire quale rapporto la leghi all'esistenza collettiva. Attribuire la condizione di nemico pubblico modifica il significato del conflitto.

L'avversario può essere contrastato dentro regole condivise. La figura del nemico politico rinvia alla possibilità di un antagonismo che investe la continuità della collettività. Il passaggio da una condizione all'altra non può essere trattato come una semplice differenza di tono.

Schmitt analizza la distinzione amico/nemico come criterio del politico. Cerchi d'inchiostro ne ricava una domanda ulteriore: chi dispone del potere di qualificare qualcuno come nemico e quali garanzie impediscono che questa qualificazione diventi uno strumento di esclusione?

Il problema è particolarmente grave quando viene trasferito all'interno della comunità. Il dissenso può essere rappresentato come slealtà, il pluralismo come dissoluzione, le persone considerate estranee all'identità dominante come minacce alla sicurezza. La partecipazione di Schmitt al nazionalsocialismo obbliga a guardare alla possibilità storica di questi slittamenti senza sostenere che ogni formulazione pre-1933 ne fosse una causa inevitabile.

Il potere di definire il nemico tocca il confine entro il quale una comunità riconosce appartenenza, protezione e diritti. Proprio per questo deve poter essere contestato pubblicamente e valutato attraverso criteri che non dipendano soltanto dalla volontà di chi lo esercita.

Costituzione, legalità e legittimità

In Dottrina della costituzione, Schmitt distingue la costituzione come decisione fondamentale sulla forma e sull'esistenza dell'unità politica dalle singole leggi costituzionali. In Legalità e legittimità affronta la vulnerabilità di un ordinamento le cui procedure possano essere impiegate da forze intenzionate a modificarne o annientarne i presupposti.

La questione nasce dalla crisi di Weimar. Che cosa accade quando un soggetto conquista il potere attraverso strumenti previsti dalla costituzione e li utilizza per rendere impossibile una successiva alternanza? La regolarità formale dell'atto non esaurisce necessariamente il problema della continuità dell'ordine democratico.

La distinzione schmittiana porta alla luce questa difficoltà, ma rende controversa la soluzione. Se la legittimità sostanziale viene affidata alla decisione di un organo capace di oltrepassare i normali controlli, chi impedisce che la difesa della costituzione diventi il mezzo della sua trasformazione autoritaria?

Il costituzionalismo democratico successivo ha elaborato strumenti diversi per affrontare la minaccia di forze antisistema, compresa la riflessione sulla democrazia militante. Sarebbe improprio attribuire retroattivamente a Schmitt quelle soluzioni. La diagnosi di una vulnerabilità istituzionale può sopravvivere anche quando si rifiuta la risposta politica originaria.

Legalmente contro l'ordine

Modulo proprietario III · Cerchi d'inchiostro

Le procedure consentono a una comunità di cambiare governo senza ricorrere alla forza. Ma possono essere utilizzate anche da chi intende impedire che in futuro altri possano esercitare la medesima libertà.

Forze politiche possono cercare di trasformare competenze e controlli sfruttando alcuni passaggi previsti dall’ordinamento e compromettendo, nello stesso tempo, le condizioni della competizione democratica. È il paradosso della possibile distruzione procedurale delle garanzie. La vicenda tedesca del 1933 impone tuttavia una precisazione: il decreto successivo all’incendio del Reichstag e la legge dei pieni poteri del 24 marzo (Ermächtigungsgesetz) operarono dentro violenza, intimidazione e repressione dell’opposizione. L’ascesa nazista non si lascia raccontare come una normale vittoria elettorale di maggioranza seguita da un’applicazione pacifica delle procedure.

Schmitt formulò durante la crisi di Weimar un problema relativo alla vulnerabilità della legalità, ma nel 1933 collaborò alla legittimazione di un regime che distrusse l’ordine costituzionale. La nostra domanda non coincide, tuttavia, con la sua soluzione. Per impedire che le regole siano usate contro la costituzione, occorrono strumenti di tutela; ma se l'autorità chiamata a difendere l'ordine può sottrarsi a ogni limite, il rimedio rischia di riprodurre il danno.

Due vulnerabilità convivono: la legalità può essere sfruttata contro i propri fondamenti; la sua difesa può diventare il linguaggio della concentrazione del potere. La qualità della risposta costituzionale si misura dalla capacità di affrontare entrambe, senza sacrificarne una per nascondere l'altra.

Schmitt, Kelsen e Heller — Tre risposte a Weimar

Lo scontro fra Schmitt e Hans Kelsen riguarda la custodia della costituzione, ma anche le condizioni nelle quali un'autorità può pretendere di esserne garante.

Kelsen, teorico della struttura normativa dell'ordinamento, attribuisce alla giustizia costituzionale un ruolo decisivo nel controllo degli atti dei pubblici poteri. La corte non è immune da problemi interpretativi e politici, ma costituisce per lui una forma istituzionale della garanzia giuridica. Per Kelsen il tribunale costituzionale, anche come «legislatore negativo» nell’annullamento delle leggi incostituzionali, non elimina la dimensione politica del diritto: ne organizza il controllo attraverso competenze definite. Egli contesta la pretesa che il presidente possa incarnare una neutralità sopra i partiti sottratta alle tensioni del pluralismo.

Schmitt contesta che un organo giurisdizionale possa risolvere da solo conflitti che investono l'unità politica. Nella controversia weimariana valorizza il presidente del Reich, investito da un'elezione popolare complessiva, come possibile custode della costituzione contro la frammentazione partitica. Si pone allora un problema di neutralità: perché l'organo politico dovrebbe essere più indipendente dalle divisioni della società di quanto lo sia il giudice costituzionale?

Hermann Heller permette di superare la rappresentazione del conflitto come pura scelta fra normativismo e decisionismo. Per Heller diritto e Stato devono essere compresi anche attraverso condizioni sociali e rapporti concreti; da questa consapevolezza non discende però la necessità di annullare il pluralismo democratico dentro una volontà personale superiore alle regole.

Le tre prospettive divergono nei fondamenti e non possono essere sovrapposte. Il confronto mostra tuttavia un risultato storico importante: riconoscere che il diritto vive dentro una realtà politica non obbliga a scegliere la soluzione autoritaria di Schmitt. Weimar fu un laboratorio di alternative reali, non la dimostrazione che esistesse un unico rimedio alla crisi.

Democrazia, liberalismo e parlamentarismo

Schmitt separa concetti che nell’esperienza delle democrazie costituzionali moderne si trovano spesso associati. Il liberalismo valorizza diritti individuali, libertà e limitazione dell’autorità; il parlamentarismo si giustifica storicamente attraverso l’ideale della discussione pubblica; la democrazia, per Schmitt, esprime l’identità fra governanti e governati, fondata sull’omogeneità del popolo.

Questa democrazia non coincide dunque con la democrazia liberale e parlamentare. Nella sua concezione il popolo può manifestare direttamente la propria unità mediante approvazione pubblica, acclamazione e procedure plebiscitarie. Egli arriva a considerare compatibile con la democrazia così intesa anche un’autorità dittatoriale riconosciuta attraverso l’identificazione collettiva. La partecipazione non viene anzitutto pensata come confronto durevole fra soggetti differenti, ma come manifestazione pubblica di un’unità politica.

La distinzione ha un costo teorico e storico che deve essere esplicitato. Nella premessa alla seconda edizione del libro sul parlamentarismo (1926), scritta nel contesto delle controversie sul testo, Schmitt sostiene che la democrazia richieda omogeneità e, quando necessario, l’eliminazione dell’eterogeneità. Il lessico è durissimo già prima del 1933. In quella fase l’omogeneità non si identifica ancora in ogni passaggio con la dottrina razziale nazionalsocialista, ma l’esclusione occupa una posizione interna alla sua costruzione della democrazia. Il significato esatto e il rapporto con la radicalizzazione successiva restano oggetto di discussione storica.

Nella società dei partiti di massa Schmitt vede intanto una crisi del parlamentarismo: la discussione pubblica rischia di essere sostituita dalla negoziazione fra organizzazioni e interessi. La sua diagnosi registra trasformazioni reali della rappresentanza, ma la soluzione politica che privilegia indebolisce le garanzie del pluralismo.

La questione decisiva riguarda quindi il confine dell’uguaglianza politica. Chi stabilisce quali differenze una comunità possa riconoscere senza perdere la propria unità? E quale autorità ottiene il potere di espellere l’eterogeneo? La successiva adesione di Schmitt al nazionalsocialismo obbliga a leggere queste domande insieme alla sua responsabilità storica.

La democrazia costituzionale contemporanea ha sviluppato una risposta differente: istituzioni e diritti possono sostenere l’azione comune riconoscendo la permanenza del disaccordo, anziché trattarlo come un difetto da cancellare.

Rappresentazione e forma politica

In Cattolicesimo romano e forma politica Schmitt indaga la capacità delle istituzioni di rendere presente un'unità attraverso forme, simboli e autorità. La rappresentazione non è per lui una semplice delega tecnica: riguarda la possibilità che una comunità acquisti espressione pubblica.

Dottrina della costituzione riprende il problema attraverso i principi di identità e rappresentazione. Il popolo viene concepito come unità politica; le istituzioni contribuiscono a renderne operante la presenza. Questi principi possono combinarsi in forme storiche differenti.

La teoria illumina la dimensione simbolica e collettiva dello Stato, ma espone un rischio: chi rappresenta il popolo può pretendere di incarnarlo integralmente. La pluralità dei rappresentati rischia allora di scomparire dietro la presunta identità con chi esercita il comando.

La rappresentanza democratica vive invece della possibilità che il rappresentante venga contestato, sostituito e giudicato da coloro in nome dei quali agisce. La differenza rende visibile il punto nel quale l'unità politica deve incontrare i propri limiti.

Schmitt e il nazionalsocialismo — La prova storica delle categorie

Il 1933 costituisce uno snodo decisivo. Schmitt aderisce al Partito nazionalsocialista il 1º maggio e assume ruoli importanti nella cultura giuridica del regime, fra cui la responsabilità del gruppo dei docenti universitari nell’organizzazione dei giuristi nazionalsocialisti, la direzione editoriale della Deutsche Juristen-Zeitung dal 1934 e il titolo di consigliere di Stato prussiano. Contribuisce alla legittimazione del nuovo assetto politico attraverso pubblicazioni, incarichi e interventi pubblici.

Il diritto nella struttura del regime

In Stato, movimento, popolo (1933) Schmitt interpreta il nuovo ordinamento mettendo al centro il movimento nazionalsocialista e la figura della guida politica. Il rapporto fra Stato e unità politica viene riformulato nel quadro del Führerprinzip, che attribuisce al capo un'autorità incompatibile con le garanzie pluralistiche dello Stato costituzionale.

L'intervento più grave e rappresentativo segue le uccisioni della cosiddetta notte dei lunghi coltelli, avvenute fra la fine di giugno e l'inizio di luglio del 1934. Nell’articolo Der Führer schützt das Recht, pubblicato il 1º agosto 1934 sulla Deutsche Juristen-Zeitung, Schmitt giustifica giuridicamente le uccisioni disposte da Hitler. L’intervento attribuisce alla decisione del capo il carattere di atto di giustizia e di difesa dell’ordine, fornendo una copertura giuridica alla violenza politica compiuta senza processo. È un uso concreto dell'autorità intellettuale a sostegno della violenza di Stato.

Antisemitismo e responsabilità intellettuale

La collaborazione comprende iniziative antisemite. Nel 1935, nel testo Die Verfassung der Freiheit, Schmitt sostenne le leggi razziali di Norimberga, rappresentandole in termini di presunta libertà del popolo tedesco. Il 3 e 4 ottobre 1936 organizzò a Monaco il convegno Das Judentum in der Rechtswissenschaft, diretto all’esclusione degli autori ebrei e alla persecuzione della loro eredità nella scienza giuridica tedesca. Non si trattava di una controversia accademica paritaria, ma di un’iniziativa di propaganda e discriminazione antisemita. La discriminazione non fu dunque soltanto una cornice esterna alla sua carriera: trovò espressione in atti e prese di posizione professionali e pubbliche.

Nel libro del 1938 su Hobbes l’antisemitismo riguarda anche la costruzione interpretativa della crisi del Leviatano, e non può essere liquidato come insieme di passaggi marginali. La documentazione postbellica, compresi diari e annotazioni, impone inoltre cautela verso il racconto di un completo distacco morale dall'antisemitismo.

La marginalizzazione del 1936

Alla fine del 1936 attacchi provenienti da ambienti delle SS mettono in discussione l'affidabilità di Schmitt, richiamando anche sue precedenti posizioni e relazioni. Schmitt lascia la direzione della rivista e l’incarico direttivo nel gruppo universitario dei giuristi nazionalsocialisti, ma conserva la cattedra e il titolo di consigliere di Stato. Questi conflitti appartengono alla storia interna del nazionalsocialismo. Non rappresentano una resistenza al regime.

Continuità, radicalizzazione, trasformazione

Il rapporto fra il pensiero anteriore al 1933 e la collaborazione nazista è oggetto di controversia. Una linea interpretativa insiste sulle continuità: critica del pluralismo, centralità della decisione, esigenza di omogeneità e diffidenza verso la legalità parlamentare. Un'altra sottolinea le trasformazioni teoriche prodotte dall'adesione, in particolare il ruolo del movimento, del Führer e dei criteri völkisch e razziali.

Le due interpretazioni chiariscono aspetti differenti della vicenda, ma nessuna scioglie da sola tutte le difficoltà. Sarebbe ingiustificato dedurre il nazismo come esito inevitabile di ogni formula precedente. Sarebbe altrettanto ingiustificato considerare il 1933 una parentesi priva di relazione con il lavoro teorico dell'autore. Schmitt stesso contribuì a trasferire e riformulare le sue categorie dentro il regime.

Il dopoguerra e l'autodifesa

Dopo la guerra Schmitt viene interrogato dagli Alleati e non rientra nella carriera universitaria. Nei testi autobiografici e nelle prese di posizione postbelliche cerca di reinterpretare il proprio ruolo. Le strategie di autodifesa devono essere valutate alla luce degli atti documentati, senza attribuire alla mancata incriminazione penale il significato di un'assoluzione storica e intellettuale.

Il giudizio sulla sua collaborazione è netto: Schmitt partecipò alla legittimazione di una dittatura persecutoria e antisemita. La domanda critica ulteriore non serve ad attenuare questa responsabilità. Serve a comprendere come categorie teoriche sofisticate poterono essere impiegate dal loro autore per sostenere il potere che distrusse l'ordine costituzionale di Weimar.

Hobbes e il Leviatano

Hobbes costituisce un riferimento decisivo per il rapporto fra paura, protezione e sovranità. Il suo problema è comprendere come gli uomini possano uscire dalla condizione della guerra civile attraverso un'autorità comune capace di garantire sicurezza. Obbedienza e protezione si incontrano nell'istituzione dello Stato. Schmitt valorizza questo nesso attraverso la formula latina protego ergo obligo: il comando politico reclama obbedienza in quanto promette protezione.

Schmitt riconosce in Hobbes uno dei fondatori della modernità politica e gli dedica nel 1938 Il Leviatano nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes. Nella propria interpretazione mette al centro il destino dell'unità statale, il simbolo del Leviatano e le tensioni della rappresentazione.

Le differenze sono fondamentali. Hobbes costruisce una teoria delle condizioni dell'ordine civile; Schmitt insiste sulla decisione sovrana e sulla possibilità estrema dell'antagonismo. Una lettura dell'uno attraverso l'altro rischia di oscurarne il diverso progetto.

Per Cerchi d'inchiostro il ponte è particolarmente significativo. Hobbes tradusse in inglese la Guerra del Peloponneso di Tucidide, pubblicandola nel 1629. La sequenza Tucidide → Hobbes → Schmitt connette, senza confonderli, la crisi della città antica, la fondazione moderna dello Stato e la crisi della sovranità novecentesca. Hobbes resta un'intersezione della costellazione, non il quarto autore della triade.

Dove comincia il diritto? Nomos, terra e mare

Modulo proprietario IV · Cerchi d'inchiostro

Prima del Nomos, la dottrina del Großraum, articolata nel 1939 anche attraverso il richiamo alla dottrina Monroe, aveva prospettato grandi spazi ordinati da potenze egemoni. Nella Germania nazionalsocialista tale impostazione poteva contribuire a legittimare pretese imperiali tedesche; sarebbe fuorviante leggerla come una teoria geografica neutrale.

Nel Nomos della terra (1950) Schmitt interroga la dimensione spaziale dell'ordine. Il diritto non appare soltanto come insieme di disposizioni: presuppone territori, appropriazioni, divisioni, confini e forme concrete di convivenza. Il termine nomos assume il significato di ordinamento spaziale, non semplicemente di norma astratta.

La ricostruzione schmittiana del jus publicum Europaeum valorizza il riconoscimento reciproco degli Stati sovrani e la capacità storica di delimitare la guerra fra potenze europee. La diagnosi deve essere distinta dall'idealizzazione: la limitazione di alcuni conflitti interstatali conviveva con guerre coloniali, appropriazioni e violenze esercitate al di fuori dello spazio europeo.

Terra e mare (1942) aveva già organizzato una riflessione sulle trasformazioni dei rapporti fra potenze terrestri e marittime. Il confronto con Atene e Sparta in Tucidide può suggerire domande sul rapporto fra spazio e forza, ma non costituisce una genealogia diretta: la polis greca e l'ordine mondiale moderno sono strutture differenti.

La domanda che emerge da questa lettura si concentra sul fondamento dell'ordine: in che misura un diritto nasce e opera entro un assetto concreto dello spazio, e quali criteri permettono di giudicare quell'assetto invece di considerare la sua esistenza una giustificazione sufficiente?

Schmitt costringe a riconoscere il peso del territorio nella storia giuridica. La critica deve impedire che appropriazione e conquista si trasformino automaticamente in titoli di legittimità. L'ordine può essere concreto ed essere nello stesso tempo ingiusto.

Il partigiano e la trasformazione del nemico

In Teoria del partigiano (1963), Schmitt studia un combattente irregolare caratterizzato, nel modello classico, da mobilità, impegno politico e legame col territorio. La guerra non si svolge più soltanto fra apparati militari statali riconoscibili; l'inimicizia si intreccia a resistenze, rivoluzioni e trasformazioni ideologiche.

Schmitt distingue la figura del nemico reale da quella del nemico assoluto e interroga la radicalizzazione della lotta quando l'avversario viene presentato come soggetto da annientare in nome di un principio generale. La sua ricostruzione, tuttavia, non deve indurre a idealizzare le guerre statali europee come universalmente moderate: anche il precedente ordine conosceva forme di violenza radicale, in particolare negli spazi coloniali.

Il partigiano segna una trasformazione del contesto politico della guerra. Non fornisce ancora una teoria completa della strategia, dell'attrito o dell'escalation. Da qui si apre, senza anticiparla, la lettura di Clausewitz.

Il passaggio a Clausewitz — Il conflitto, la decisione, la forza

Tucidide descrive la crisi del giudizio e della parola quando il conflitto penetra nella vita della città. Schmitt interroga il fondamento dell'unità politica e il criterio dell'inimicizia pubblica. Clausewitz studierà l'uso della forza militare in rapporto agli scopi della politica.

Le tre posizioni non costituiscono un'unica teoria tramandata senza interruzioni. Appartengono a epoche e problemi differenti: polis e guerra del Peloponneso, Stato moderno e crisi costituzionale, guerre dell'età rivoluzionaria e napoleonica.

La tensione editoriale nasce dal loro diverso fuoco: che cosa accade al giudizio nel conflitto? Chi decide sull'ordine e sul nemico? Come viene condotta e limitata una guerra in relazione a uno scopo politico?

La distinzione amico/nemico non determina da sola mezzi, intensità o durata di una guerra. Proprio ciò che resta da spiegare apre la terza guida. La triade non celebra il conflitto: mette alla prova la capacità della politica di riconoscerlo e di assumersi la responsabilità delle decisioni e dei limiti della forza.

Idee chiave

Il diritto presuppone una normalità. Le norme hanno bisogno di condizioni concrete per essere applicate; Schmitt concentra la propria attenzione sul momento in cui quelle condizioni cedono.

L'eccezione rivela il problema dell'autorità. Chi riconosce la crisi e decide sull'intervento straordinario acquisisce un ruolo decisivo. Questo riconoscimento non giustifica automaticamente l'assenza di limiti.

Il politico raggiunge una soglia estrema nell'inimicizia pubblica. La distinzione amico/nemico riguarda collettività e non risentimenti personali; resta controverso farne il criterio privilegiato dell'intera esperienza politica.

La costituzione ha una dimensione politica. Schmitt distingue la decisione fondamentale sulla forma dell'unità politica dalle singole norme costituzionali.

La legalità può essere rivolta contro i propri fondamenti. Le procedure possono essere usate da forze ostili all'ordine; la loro difesa non deve tuttavia annullare le garanzie costituzionali.

La rappresentazione dà forma all'unità. Ma nessuno può presumere di incarnare senza residui una comunità realmente plurale.

Il diritto ha una storia spaziale. Confini e appropriazioni incidono sulla struttura degli ordinamenti e impongono una critica delle gerarchie coloniali.

La biografia di Schmitt è una prova critica. La sua collaborazione con il nazionalsocialismo obbliga a interrogare insieme categoria, trasformazione teorica e responsabilità politica.

Concetti chiave

Sovranità. Autorità ultima che Schmitt identifica, nella teoria del 1922, attraverso la decisione sull'eccezione; nozione contestata per il rapporto con i limiti giuridici.

Decisione. Atto che determina una situazione politica concreta; assume peso diverso nella fase decisionista e nelle successive elaborazioni sull'ordinamento.

Decisionismo. Concezione che sottolinea la non riducibilità dell'autorità e dell'atto decisivo alla pura deduzione da norme astratte.

Stato d'eccezione. Situazione estrema nella quale la normalità presupposta dall'applicazione del diritto appare compromessa; non è sinonimo automatico di ogni emergenza giuridicamente regolata.

Norma e normalità. La prima prescrive; la seconda designa le condizioni concrete in cui la prescrizione può operare.

Teologia politica. Indagine delle analogie e genealogie fra concetti teologici e categorie moderne dello Stato.

Politico. Per Schmitt, dimensione individuata dalla possibilità estrema della distinzione fra amici e nemici pubblici.

Nemico pubblico (hostis). Collettività avversaria in un antagonismo politico; distinto dal nemico personale e dall'odio privato.

Dittatura commissaria. Potere eccezionale orientato a conservare o restaurare l'ordinamento esistente.

Dittatura sovrana. Potere straordinario orientato alla costituzione di un nuovo ordine.

Potere costituente. Capacità politica di dare forma a una nuova costituzione.

Costituzione. Nella concezione positiva schmittiana, decisione fondamentale sulla forma dell'unità politica, distinta dalle singole leggi costituzionali.

Legalità e legittimità. La prima riguarda conformità alle procedure; la seconda richiama, in Schmitt, il fondamento politico dell'ordine.

Rappresentazione. Forma attraverso cui l'unità politica acquista presenza pubblica e istituzionale; da distinguere dalla mera delega.

Identità e omogeneità. Categorie che Schmitt collega alla democrazia, esposte a rischi di esclusione e antipluralismo.

Neutralizzazione e depoliticizzazione. Modi di presentare taluni ambiti come capaci di assorbire o rimuovere conflitti che possono riemergere politicamente.

Nomos. Ordinamento spaziale concreto associato ad appropriazione, distribuzione e organizzazione della terra.

Grande spazio (Großraum). Categoria geopolitico-giuridica di ordinamento di aree estese, storicamente controversa anche per il suo impiego nel periodo nazista.

Partigiano. Combattente irregolare studiato nella relazione fra territorio, impegno politico e trasformazione dell'inimicizia.

Nemico assoluto. Forma radicalizzata dell'inimicizia nella quale si indeboliscono i limiti del riconoscimento politico dell'avversario.

Costellazione — Genealogie, opposizioni, ricezioni

Prima di Schmitt

Jean Bodin — antecedente della sovranità. La definizione moderna del potere supremo costituisce uno dei terreni su cui Schmitt riformula il problema dell'autorità.

Niccolò Machiavelli — affinità di problema. Fondazione, necessità e conservazione dell'ordine consentono confronti, senza autorizzare un'identificazione teorica.

Thomas Hobbes — interlocutore primario documentato. Protezione, obbedienza, paura e rappresentazione legano la moderna costruzione dello Stato alla lettura schmittiana del Leviatano.

Donoso Cortés — riferimento esplicito. La critica antiliberale della discussione e il tema della decisione entrano nella genealogia della teologia politica.

Cattolicesimo politico e giuspubblicistica tedesca — contesti formativi. Forma, rappresentazione e diritto pubblico alimentano interrogativi distinti.

Tucidide — relazione editoriale mediata. La traduzione hobbesiana crea un ponte storico, ma non prova una discendenza teorica diretta fra Tucidide e Schmitt.

Contemporanei, interlocutori e avversari

Hans Kelsen — avversario teorico diretto. La controversia sul custode della costituzione illumina i limiti della decisione e della garanzia normativa.

Hermann Heller — controcampo weimariano. La realtà sociale dello Stato e la difesa democratica del pluralismo mostrano un'alternativa al decisionismo.

Max Weber — contesto intellettuale. Legittimità, Stato e razionalizzazione sono problemi condivisi, non soluzioni equivalenti.

Walter Benjamin — costellazione controversa. Sovranità, violenza ed eccezione producono confronti interpretativi da distinguere da genealogie semplicistiche.

Leo Strauss — critico del Concetto del politico. La sua lettura problematizza il rapporto fra la critica al liberalismo e il fondamento del criterio politico.

Ernst Jünger — ambiente e interlocuzione. Guerra, tecnica e trasformazioni della modernità costituiscono terreni di vicinanza e divergenza.

Nazionalsocialismo — collaborazione e responsabilità. Non è un'etichetta di contesto da mettere sullo stesso piano dei dibattiti accademici: è il regime al quale Schmitt aderì e che contribuì a legittimare.

Dopo Schmitt

Hannah Arendt — controfigura interpretativa. Pluralità e azione pubblica offrono un'alternativa al primato dell'antagonismo esistenziale; evitare di rappresentarla come semplice discepola o avversaria diretta.

Reinhart Koselleck — relazione intellettuale e ricezione. Storia concettuale e analisi delle crisi del moderno si sviluppano anche sullo sfondo di una relazione documentata con Schmitt.

Jacques Derrida — rilettura critica. Amicizia e politica sono sottoposte a una decostruzione delle categorie schmittiane.

Giorgio Agamben — rielaborazione critica. Lo stato d'eccezione assume un'altra configurazione teorica: confronto non significa identità.

Chantal Mouffe — appropriazione selettiva. Il riconoscimento del conflitto viene trasformato in una teoria agonistica nella quale l'avversario resta legittimo.

Jan-Werner Müller — ricostruzione della ricezione. Il pensiero postbellico di Schmitt viene studiato insieme ai suoi persistenti problemi politici.

Fenomeni contemporanei interrogabili

Emergenze costituzionali, concentrazione dei poteri esecutivi, crisi della mediazione parlamentare, democrazia militante, costruzione politica del nemico, pluralismo, confini e trasformazioni dell'ordine internazionale. Questi non sono fenomeni «previsti» da Schmitt: sono problemi sui quali alcune sue categorie possono aiutare a formulare domande, insieme a strumenti critici esterni alla sua opera.

Eredità e ricezione

Schmitt continua a essere letto perché sovranità, ordine, conflitto e limiti del diritto restano problemi aperti. La diffusione delle sue categorie attraversa giurisprudenza, teoria politica, filosofia e relazioni internazionali. Questa estensione non implica un'adesione condivisa alle sue soluzioni.

Nel diritto costituzionale il suo lavoro è oggetto di confronto sul rapporto fra norma, decisione e difesa della costituzione. In teoria politica il criterio amico/nemico viene criticato, ripreso o trasformato nel tentativo di pensare antagonismo e pluralismo. Nello studio delle relazioni internazionali il Nomos alimenta discussioni sull'ordine spaziale, sui confini e sulla guerra.

La ricezione è segnata anche da appropriazioni selettive in ambienti radicali di orientamenti diversi. Occorre distinguere uso analitico, recupero polemico e adesione normativa. La presenza di Schmitt nella discussione contemporanea non assolve la sua collaborazione con il nazionalsocialismo; rende più necessaria la ricostruzione del nesso fra categorie e conseguenze politiche.

La ferita contemporanea — Quando l'eccezione pretende di diventare ordine

Lettura editoriale di Cerchi d'inchiostro

Schmitt attribuisce al sovrano anche la capacità di giudicare se sussistano le condizioni normali di applicazione delle norme. La lettura di Cerchi d’inchiostro prende sul serio questa tesi per rovesciarne la prospettiva normativa: è proprio tale potere di qualificazione che un ordinamento costituzionale deve rendere controllabile e limitato. Qui nasce la nostra domanda sul presente, distinta dall’approvazione delle soluzioni schmittiane.

Ogni comunità politica deve poter affrontare circostanze che mettono in pericolo la propria continuità. Una costituzione incapace di governare la crisi rischia di perdere efficacia proprio quando le sue garanzie diventano più necessarie.

Ma l'esercizio di poteri straordinari apre un problema che non coincide interamente con la necessità dell'intervento. Chi stabilisce che la situazione è eccezionale? Chi verifica che le misure adottate siano necessarie? Chi decide quando le condizioni ordinarie possono essere ristabilite?

Il pensiero di Schmitt rende visibile la centralità della decisione. La sua storia politica mostra quanto sia pericoloso affidare la definizione dell'ordine a un potere che pretende di non incontrare limiti.

Da questa tensione emerge una questione particolarmente importante per le democrazie costituzionali. La crisi può rendere necessaria una temporanea modificazione dell'esercizio ordinario di determinate competenze. Ma la protezione della comunità deve rimanere distinguibile dalla trasformazione del potere che la governa.

È questa distinzione a richiedere procedure controllabili, garanzie giurisdizionali, limiti temporali e responsabilità pubblica.

La questione assume una gravità ulteriore quando l'autorità che dichiara l'emergenza pretende anche di individuare i soggetti che minacciano l'unità politica. L'avversario può essere rappresentato come nemico. Il dissenso come pericolo. La contestazione del potere come ostacolo alla sopravvivenza collettiva.

L'eccezione diventa allora il luogo nel quale si contendono non soltanto decisioni straordinarie, ma anche il significato dell'appartenenza politica e i confini della protezione giuridica.

Il problema comincia quando chi dichiara la crisi acquisisce anche il potere di decidere quale normalità debba venire dopo.

Questa è una domanda che possiamo rivolgere al presente attraverso Schmitt, mantenendo distinta la nostra interpretazione dalle posizioni storiche dell'autore. Non implica che ogni emergenza nasconda una deriva autoritaria. Chiede di riconoscere che una comunità può essere protetta soltanto se, nel momento della crisi, conserva anche la possibilità di giudicare e limitare il potere esercitato in suo nome.

Limiti e contraddizioni

Dal problema della norma al primato della decisione. La consapevolezza che il diritto richieda condizioni di applicazione non dimostra che una decisione sovrana debba sottrarsi alle garanzie giuridiche. Il salto resta controverso.

Pluralismo e unità. Schmitt tende a vedere nella frammentazione il rischio della dissoluzione dello Stato. La democrazia, però, deve rendere compatibili differenze e continuità dell'ordinamento, senza esigere un'identità politica uniforme.

Omogeneità ed esclusione. La teoria schmittiana della democrazia pone il problema di chi venga riconosciuto come parte del popolo. L'uso razziale e persecutorio dell'appartenenza nel nazionalsocialismo rende questa questione storicamente ineludibile.

Descrizione e prescrizione. Il criterio amico/nemico pretende di identificare la specificità del politico, ma attribuire rilievo teorico all'antagonismo estremo può anche rafforzarne il ruolo normativo.

Parlamentarismo. La diagnosi della crisi della deliberazione non autorizza a svalutare automaticamente compromesso, diritti e controllo delle maggioranze.

Nomos e colonialismo. La ricostruzione dell'ordine europeo rischia di idealizzarne la limitazione della guerra se non considera conquista, subordinazione e violenze extraeuropee.

Nazionalsocialismo e antisemitismo. La partecipazione al regime è un fatto storico documentato. Non può essere neutralizzata come contingenza personale né utilizzata per evitare lo studio critico delle categorie.

Ricezioni selettive. Una categoria riutilizzata in contesti differenti cambia spesso funzione. Attribuirne ogni uso al pensiero originario produce genealogie false; ignorarne la provenienza può occultare limiti importanti.

Curiosità che illuminano l'opera

Un cattolico nella Germania imperiale. La formazione confessionale e la posizione del cattolicesimo nell'ambiente tedesco contribuiscono a spiegare il suo interesse per rappresentazione e forma politica, senza ridurre l'opera a una dottrina religiosa unica.

Il contesto di Weber. Schmitt frequentò ambienti nei quali Weber esercitava un'influenza decisiva. Una prossimità storica non basta per identificare le loro concezioni dello Stato.

La traduzione di Tucidide. Hobbes pubblicò nel 1629 una traduzione inglese della Guerra del Peloponneso: un ponte storico verificabile per la Costellazione.

Schmitt e Shakespeare. In Amleto o Ecuba (1956) Schmitt interrogò il rapporto fra tragedia, forma teatrale e irruzione della storia.

Plettenberg nel dopoguerra. L'esclusione dalla carriera accademica non impedì la continuità di rapporti intellettuali e visite. Tale influenza non implica riabilitazione morale.

Ricezioni contrastanti. Autori di orientamenti teorici diversi hanno criticato o riutilizzato categorie schmittiane; ciò dimostra la mobilità della ricezione, non un consenso sulle sue posizioni.

Errori comuni

«Schmitt parla soltanto di eccezione». Affronta anche costituzione, rappresentazione, parlamentarismo, nomos e guerra irregolare.

«Amico/nemico significa odio personale». Il criterio riguarda collettività e antagonismo pubblico.

«Per Schmitt la politica deve produrre guerre». La guerra rappresenta una possibilità estrema, non uno scopo permanente.

«Decisionismo vuol dire fare ciò che si vuole». È una teoria del ruolo fondativo della decisione, con rischi di arbitrio che devono essere criticamente valutati.

«Ogni emergenza è stato d'eccezione». Le competenze straordinarie possono essere disciplinate costituzionalmente; il problema schmittiano è più radicale.

«Legalità e legittimità sono sinonimi». Schmitt le distingue per interrogare la tenuta dell'ordine sotto procedure formalmente valide.

«Kelsen si occupa del diritto, Schmitt della realtà». Entrambi affrontano validità, politica e istituzioni con soluzioni differenti. Heller dimostra che esistono altre alternative.

«Schmitt fu semplicemente antidemocratico». Propose una concezione di democrazia distinta dal liberalismo, segnata da un'omogeneità incompatibile con aspetti fondamentali della democrazia pluralistica.

«Il nazismo fu una parentesi». La collaborazione fu attiva, pubblica e ideologicamente compromessa.

«Schmitt si oppose al nazismo dopo il 1936». La sua marginalizzazione fu interna al regime.

«Il nomos è solo geografia». Riguarda appropriazione, ripartizione e istituzione dell'ordine giuridico.

«Schmitt e Clausewitz offrono la stessa teoria». Il primo interroga il criterio del politico; il secondo il rapporto fra guerra, forza e scopo politico.

Glossario

Articolo 48. Disposizione della costituzione di Weimar relativa ai poteri presidenziali straordinari, soggetti a condizioni e controlli previsti dal testo.

Decisionismo. Approccio che sottolinea il ruolo autonomo della decisione rispetto alla semplice deduzione normativa.

Dittatura commissaria. Esercizio eccezionale di poteri volto alla conservazione di un ordine.

Dittatura sovrana. Esercizio straordinario di potere volto alla fondazione di una nuova costituzione.

Eccezione. Situazione estrema che mette in questione la normalità necessaria all'applicazione delle regole.

Führerprinzip. Principio autoritario nazionalsocialista che subordina l'ordinamento alla guida del capo.

Hostis. Nemico pubblico, distinto dall'avversario personale.

Jus publicum Europaeum. Ordine storico del diritto internazionale fra Stati europei nella ricostruzione schmittiana.

Legalità. Conformità di un atto alle procedure e alle norme vigenti.

Legittimità. Fondamento del riconoscimento politico dell'ordine o dell'autorità.

Nemico assoluto. Figura dell'inimicizia radicalizzata che minaccia di eliminare i limiti del riconoscimento reciproco.

Nomos. Ordinamento spaziale concreto fondato su appropriazione, ripartizione e organizzazione.

Normativismo. Impostazione che studia la struttura e la validità di un ordinamento attraverso le norme.

Omogeneità. Categoria di appartenenza comune valorizzata da Schmitt nella teoria della democrazia.

Partigiano. Combattente irregolare al centro della riflessione schmittiana del 1963.

Potere costituente. Capacità politica di fondare una costituzione.

Rappresentazione. Forma istituzionale attraverso la quale l'unità politica viene resa presente pubblicamente.

Sovranità. Autorità ultima che Schmitt individua attraverso la decisione sullo stato d'eccezione.

Teologia politica. Studio dei rapporti storico-strutturali fra concetti teologici e teoria moderna dello Stato.

Percorsi di lettura

Ingresso concettuale. Teologia politica e Il concetto del politico, accompagnati dal contesto di Weimar e dalla conoscenza della collaborazione nazista, introducono i due nuclei più noti senza ridurre Schmitt a una formula.

Diritto e costituzione. La dittatura, Dottrina della costituzione, Il custode della costituzione e Legalità e legittimità, letti insieme alla controversia con Kelsen e al controcampo di Heller.

Liberalismo e rappresentanza. La crisi della democrazia parlamentare, Cattolicesimo romano e forma politica e Il concetto del politico, affiancati da letture critiche sul pluralismo.

Stato, spazio e diritto internazionale. Il libro su Hobbes del 1938, Terra e mare e Il nomos della terra, con studi sulla storia coloniale e sul diritto internazionale.

Verso Clausewitz. Il concetto del politico e Teoria del partigiano preparano il problema dell'inimicizia, lasciando alla futura guida militare il compito di spiegare la condotta della guerra.

Responsabilità storica. I testi e gli interventi del 1933–36 richiedono di essere letti insieme a documenti d'archivio e alla scholarship sull'antisemitismo e il regime nazista.

Domande per orientarsi

  1. Una norma può determinare interamente tutte le condizioni della propria applicazione?
  2. Il riconoscimento di un'eccezione implica necessariamente il primato incontrollato di chi decide?
  3. Quali differenze separano avversario politico, nemico pubblico e odio personale?
  4. Chi possiede il potere di nominare il nemico e di definire l'appartenenza?
  5. Una costituzione può essere trasformata contro i propri fondamenti attraverso procedure legali?
  6. Che cosa distingue la difesa della costituzione dalla concentrazione autoritaria del potere?
  7. Perché Kelsen e Heller offrono due controcampi distinti a Schmitt?
  8. Quali conseguenze ha porre l'omogeneità al centro dell'identità democratica?
  9. Che cosa insegna la collaborazione di Schmitt con il nazionalsocialismo sul rapporto fra teoria e responsabilità?
  10. Quale relazione collega diritto internazionale, territorio, appropriazione e limiti della guerra?
  11. In che cosa la teoria schmittiana del politico differisce dalla teoria clausewitziana della guerra?

Nodi da ricordare

  1. La norma ha condizioni concrete. La sua efficacia presuppone un ambiente nel quale possa operare.
  2. La decisione sull'eccezione pone un problema di limiti. Diagnosi dell'emergenza e legittimazione di un potere incontrollato non coincidono.
  3. L'inimicizia politica è pubblica. Non si riduce al risentimento privato e non esaurisce necessariamente tutte le forme della politica.
  4. Le procedure possono essere usate contro l'ordine. Difenderlo richiede però forme di controllo che non riproducano l'arbitrio.
  5. Weimar offrì alternative teoriche. Kelsen e Heller impediscono di considerare il decisionismo l'unica risposta possibile.
  6. La compromissione nazista è parte della storia dell'opera. L'analisi delle categorie e il giudizio sugli atti devono rimanere insieme.
  7. Il diritto ha una dimensione spaziale. Il Nomos la mostra, ma non giustifica automaticamente conquista e disuguaglianze.
  8. Clausewitz apre un altro problema. Dalla definizione politica del nemico alla condotta della guerra e ai suoi scopi.

Domande frequenti

Chi era Carl Schmitt?

Carl Schmitt (1888–1985) fu un giurista e teorico politico tedesco, noto per le teorie della sovranità, dello stato d'eccezione, del politico e dell'ordine costituzionale. Nel 1933 aderì al nazionalsocialismo e contribuì alla legittimazione del regime.

Che cosa significa stato d'eccezione per Schmitt?

È la situazione estrema nella quale viene meno la normalità necessaria all'applicazione ordinaria delle norme. Schmitt vi individua il momento nel quale emerge la decisione sovrana.

Che cosa significa la distinzione amico/nemico?

È il criterio con cui Schmitt identifica la possibilità estrema dell'antagonismo politico fra collettività. Il nemico pubblico non coincide con il nemico personale, e la distinzione non implica che ogni conflitto debba diventare guerra.

Che cos'è il decisionismo di Schmitt?

È una concezione che attribuisce alla decisione un ruolo non completamente deducibile dalle norme. La sua applicazione alla sovranità solleva il problema di quali limiti rimangano efficaci nei momenti estremi.

Qual è la differenza fra dittatura commissaria e dittatura sovrana?

La dittatura commissaria esercita poteri straordinari per restaurare o difendere un ordine esistente; la dittatura sovrana opera verso la fondazione di una nuova costituzione.

Qual è la differenza fra legalità e legittimità?

La legalità riguarda la conformità di atti e procedure alle norme vigenti; la legittimità riguarda il fondamento politico del riconoscimento dell'ordine. In Schmitt i due piani possono entrare in tensione.

Schmitt era contrario alla democrazia?

Elaborò una concezione di democrazia distinta dal liberalismo e dal parlamentarismo, fondata sull'identità e sull'omogeneità politica. Tale concezione presenta gravi problemi per il pluralismo e le garanzie delle democrazie costituzionali.

Carl Schmitt era nazista?

Sì. Aderì al NSDAP nel maggio 1933, ricoprì incarichi nel regime, giustificò pubblicamente l'azione violenta di Hitler nel 1934 e promosse iniziative antisemite. La sua marginalizzazione dal 1936 non equivale a opposizione al nazismo.

Che differenza c'è fra Schmitt e Kelsen?

Schmitt valorizza la decisione politica e il presidente quale possibile custode dell'unità costituzionale; Kelsen difende una garanzia giuridico-istituzionale incentrata sulla giustizia costituzionale. La controversia riguarda anche i limiti dell'autorità e il ruolo del pluralismo.

Perché Hermann Heller è importante nel confronto?

Heller mostra che riconoscere le condizioni sociali e politiche del diritto non obbliga ad adottare la soluzione decisionista. Offre un controcampo democratico alla crisi di Weimar.

Perché Hobbes è importante per Schmitt?

Hobbes è un riferimento primario per sovranità, protezione, obbedienza e Stato. Schmitt gli dedicò nel 1938 un libro sul Leviatano, nel quale la lettura va confrontata anche con i problemi ideologici dell'epoca.

Che cos'è il nomos della terra?

È la categoria con cui Schmitt interpreta l'ordine giuridico internazionale attraverso appropriazione, distribuzione e organizzazione dello spazio. La ricostruzione europea richiede un esame critico della storia coloniale.

Qual è il rapporto fra Schmitt e Clausewitz?

Schmitt interroga il politico, l'inimicizia e la trasformazione del nemico; Clausewitz studia la guerra e il rapporto fra forza militare e scopo politico. La Teoria del partigiano costituisce un passaggio fra i due problemi.

Perché studiare Schmitt oggi?

Perché le sue categorie aiutano a interrogare sovranità, crisi costituzionali, poteri straordinari, appartenenza politica e ordine internazionale. La loro utilizzazione richiede distanza critica e piena consapevolezza della sua collaborazione con il nazionalsocialismo.

Prosegui la lettura

Thomas Hobbes — Paura, sovranità e ordine politico. La relazione fra protezione e obbedienza offre il ponte principale fra il mondo di Tucidide e la sovranità moderna.

Max Weber — Razionalizzazione, potere e disincanto. Legittimità, Stato e organizzazione permettono un confronto non assimilante con il decisionismo schmittiano.

Niccolò Machiavelli — Potere, Stato e verità effettuale. Conflitto, necessità e conservazione degli ordinamenti diventano oggetti di un dialogo fra tradizioni differenti.

Tucidide — Guerra, potenza e crisi della parola. La crisi del giudizio nella città prepara il problema editoriale dell'ordine, senza fare di Tucidide un precursore diretto di Schmitt.

Chiusura editoriale — L'ordine e il suo prezzo

Una comunità politica esiste anche per sottrarre la convivenza all'arbitrio. Le regole stabiliscono limiti e rendono possibile che persone differenti si riconoscano come soggetti del medesimo ordinamento, pur restando in disaccordo.

Schmitt ha costretto la teoria dello Stato a interrogare ciò che accade quando questa continuità si incrina. Ha mostrato che il diritto possiede condizioni politiche e concrete che nessuna formula normativa può, da sola, garantire in ogni situazione.

Ma la forza della domanda non salva automaticamente la risposta. Una decisione può proteggere un ordinamento; può anche svuotarlo delle garanzie che ne costituiscono la ragione civile. Una comunità può cercare unità davanti al pericolo; può anche consegnare a chi governa il potere di decidere chi meriti di appartenervi.

La storia di Schmitt impone di riconoscere questa seconda possibilità nella sua realtà più grave. La collaborazione con il nazionalsocialismo non appartiene ai margini di una biografia intellettuale: mette alla prova la relazione fra teoria, autorità e responsabilità.

Studiare Schmitt significa dunque acquisire un problema senza adottarne necessariamente la soluzione. Comprendere che un ordine ha bisogno di decisioni, continuando a chiedere quali regole impediscano che la decisione diventi il solo fondamento di se stessa.

Dopo Tucidide, che aveva osservato la crisi della parola e del giudizio nel conflitto, Schmitt lascia una domanda sulla tenuta delle istituzioni e sui limiti di chi pretende di salvarle. Clausewitz porterà il problema fino all'impiego della forza.

Che cosa rimane del diritto, della libertà e della comunità quando la decisione pronunciata per difendere l'ordine ha finito per cambiarne il significato?